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…dialogo

Il dialogo interreligioso non è un’opzione ipotetica, ma una necessità impellente. Le religioni, delle quali il nostro mondo secolarizzato ha pensato di poter fare a meno relegandole ad accessorio di un passato morente, sono tornate nel nostro tempo ad essere elemento culturale e politico centrale. Non conta la differenza fra adesione personale piena o simbolica. Non sembra neppure rilevante la conoscenza profonda delle rispettive tradizioni di appartenenza. In questi decenni iniziali del ventunesimo secolo la religione è diventata sempre più un elemento identitario, e nel suo nome si dichiarano guerre e si reclamano terre. Invece di essere – secondo una visione umanistica che mi sforzo di condividere – un modo particolare (a seconda delle diverse prospettive tradizionali) di interpretare il proprio personale o collettivo rapporto con Dio, la visione religiosa e la lettura dei testi tende ad essere estremizzata con intenti esclusivi. Gli altri, i figli di tradizioni diverse, vengono troppo spesso considerati esclusi da un cammino di verità, e questa esclusione viene sempre più spesso declinata in chiave politica attivando delle dinamiche di conflitto. Non è una novità nella storia: le guerre più sanguinose nei secoli sono esplose e sono state condotte proprio nel nome di un’ipotetica superiorità religiosa. Per questo, ripeto, il dialogo non è una pratica possibile, ma un dovere civile. L’incontro di rappresentanti delle diverse comunità religiose attorno a un tavolo, la condivisione di pensieri, la conoscenza interpersonale sono esperienze sempre da accogliere e favorire. Si tratta di un atto che è politico prima che religioso. Al limite, le dinamiche religiose non hanno bisogno di questi momenti. In fondo ognuno si sente appagato della propria dimensione rituale e non sempre è necessario condividerne le forme con altri che si riconoscono in pratiche differenti. Ma i risvolti politici insiti nelle diverse tradizioni religiose, che sono spesso il frutto di radicalismi e di estremizzazioni (direi di manipolazioni ideologiche per essere più esplicito), ci impongono di accogliere e di moltiplicare i momenti di confronto fra i rappresentanti delle diverse congregazioni. In Europa in particolare è oggi particolarmente necessario confrontarsi con le diverse tradizioni islamiche. Un dialogo che – aderendo a una delle prospettive possibili ipotizzate da Martin Buber nella sua idea del “Ich und Du” – vede l’impossibilità di definire se stessi se non stabilendo un rapporto con l’altro. E sarebbe sbagliato che questo dialogo si trasformasse in un momento semplicemente pacificante, fondato su un comune e necessario impegno umanitario. Il dialogo deve essere infatti soprattutto scambio di visioni franco e, perché no, anche duro. A me non sta bene, ad esempio, la crescita esponenziale di un’ideologia antisemita pervasiva e molto estesa fra le masse islamiche, e in momenti di dialogo si tratta di una questione che va posta con forza. Ma (mi ripeto) i momenti di dialogo non vanno cancellati (come recentemente è avvenuto a Milano), ma anzi moltiplicati. Altra opzione non c’è. Anzi sì, è la guerra, e le guerre non si vincono, mai.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC