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“Dalla Shoah a Plaza de Mayo,
il silenzio è l’arma dei fascisti”

20180215_212340“Al telefono con la nuova senatrice Liliana Segre abbiamo condiviso la preoccupazione per il riemergere di movimenti fascisti. Noi li abbiamo vissuti e sappiamo riconoscerne i segni”. È lo sguardo preoccupato sul presente di Vera Vigevani Jarach, scampata alla persecuzione fascista in Italia ma vittima del regime argentino che le strappò la figlia 18enne. Al folto pubblico raccoltosi al Magazzino della Musica di Milano per ascoltarla, Vigevani Jarach, tra le fondatrici del movimento delle madri di Plaza de Mayo, ha lanciato un appello: “non state in silenzio di fronte all’odio. Io ho avuto la fortuna di conoscere Primo Levi, che mi aiutò sulla questione argentina, e lui diceva: ‘quello che è accaduto una volta può accadere di nuovo’”. Non rimanete in silenzio, non siate indifferenti alla sofferenza, il messaggio di una donna che con coraggio ha lottato per conoscere la verità su sua figlia, incarcerata e uccisa dal terrorismo di stato del regime argentino (1976-1983) con i tristemente celebri “voli della morte”. Messaggio raccolto dai presenti per un evento organizzato dall’Unione giovani ebrei d’Italia (Ugei) con il sostegno di Joi – Jewish Open & Inclusive (neonata associazione che si definisce “non denominazionale, apolitica e senza scopo di lucro, avente l’intento di offrire uno spazio di dialogo e arricchimento tra le molte espressioni dell’ebraismo contemporaneo, in Italia e all’estero, nella Diaspora e in Israele”). “Dovete resistere di fronte ai fascismi”, ha esortato
Vera Vigevani Jarach, di cui Manuel Disegni aveva scritto un toccante e lucido ritratto su Pagine Ebraiche, che riproponiamo di seguito.

La ferita aperta sulla Plaza de Mayo

Schermata 2018-02-16 alle 12.59.20Il volto tagliato dal freddo di agosto, Vera Vigevani Jarach, 83 anni, volge uno sguardo affaticato all’orizzonte, verso l’altra sponda del fiume. Il Rio de la Plata separa l’Argentina dall’Uruguay. Davanti alla città di Buenos Aires avvicinandosi alla foce nell’oceano Atlantico, forma il tratto fluviale più largo del mondo,. I porteños – gli abitanti della capitale argentina – lo chiamano el rio leonino: l’imponenza e il denso colore argilloso delle sue acque ricordano la criniera di un leone. “Questo fiume è una grande tomba”. Non sospira questa frase, la dice col tono di una considerazione quotidiana. Non c’è retorica né solennità nelle parole di Vera. Il lavorio del tempo e del dolore sul suo viso non ha intaccato la spontaneità delle espressioni nel volto, che a tratti sembrano quelle di una bambina. Sul fondo del Rio de la Plata giacciono innumerevoli migliaia di desaparecidos, vittime del terrorismo di Stato: sequestrate, torturate, assassinate e gettate nel fiume da un aereo. Una di loro è Franca Jarach, l’unica figlia di Vera, scomparsa per sempre a diciotto anni. È un pomeriggio invernale, il grigiore del cielo si confonde con la pietra del Parque de la Memoria. Il Monumento a las Victimas del Terrorismo de Estado, una lunga muraglia a zig zag costruita sulla riva del fiume, porta i nomi e l’età di novemila desaparecidos, una ferita aperta nel cuore di Buenos Aires. Vera, che si definisce “una militante della memoria”, ha fatto della testimonianza storica una missione di vita. Fa parte del movimento de Las madres de plaza de Mayo, “un movimento nato dal dolore comune e dalla necessità viscerale di urlarlo pubblicamente”. Da trentacinque anni, ogni giovedì mattina, le madri si raccolgono davanti alla Casa Rosada, il palazzo governativo, per portare avanti “quella che è stata e continua a essere la nostra resistenza pacifica al terrore e al silenzio”. È una resistenza in cui si sono mescolate speranze e disperazione, impotenza e coraggio. Molte donne, colpite dal lutto più grave, nella rivendicazione delle istanze dei loro figli hanno trovato il modo di onorare il loro ricordo e la forza di andare avanti. “Lavorare per la memoria vuol dire pensare al futuro. Noi oggi chiediamo verità e giustizia, combattiamo fermamente ogni forma di silenzio e di impunità. Nutriamo la speranza che, anche grazie al nostro sforzo, barbarie come quella che abbiamo subito non si ripetano mai più”. Il parco-memoriale esiste anche grazie al suo impegno. “Sono ormai tredici anni che stiamo lavorando alla costruzione di questo grande luogo”. Vera mi spiega che, tra i molti fattori di angoscia che attanagliano l’animo de las madres, l’assenza di una tomba ha più importanza di quanto si potrebbe superficialmente pensare. “Il valore di questo luogo risiede anche nel fatto che qui, finalmente, le famiglie possono venire a piangere i propri cari”. L’assenza della tomba è all’origine di un turbamento che chi non ha vissuto non Schermata 2018-02-16 alle 12.51.26può comprendere. Vera Jarach invece lo conosce bene fin da piccola perché suo nonno, Ettore Camerino, è stato deportato e ucciso ad Auschwitz. “La storia di mio nonno mi porta la mente a quella di Franca, le analogie sono molte: entrambi hanno subito un violento sequestro e il calvario della prigionia in un campo di concentramento; entrambi sapevano il rischio che correvano, l’uno rimanendo a Milano quando noi fuggimmo in Argentina dopo l’emanazione delle leggi razziste, l’altra, giovane e appassionata militante dell’Unione degli Studenti, sfidando la visibilissima repressione del regime; entrambi non hanno avuto una tomba”. È sconcertante la similitudine fra due destini separati da così grande distanza nel tempo e nello spazio, riuniti in un’unica biografia. “Per ben due volte la mia famiglia è stata perseguitata dal fascismo”, fa notare Vera. “Ho dovuto abbandonare Milano dopo essere stata cacciata dalla scuola e imbarcarmi per l’Argentina, festeggiai sulla nave il mio undicesimo compleanno. Ricordo che mio padre mi disse ‘Vedrai che torneremo presto in Italia’”. In Argentina si era formata una grande comunità di esuli ebrei italiani. L’ambientazione, racconta Vera, fu abbastanza rapida ma non priva di episodi traumatici: “Mi iscrissi alla scuola italiana, che naturalmente era fascista. Un giorno ci fecero ascoltare per radio un discorso di Mussolini: io, che avevo appena undici anni ma non ero stupida, scoppiai a piangere, ero inconsolabile”. Per la famiglia Jarach iniziò una nuova vita. “Finita la guerra i miei genitori mi chiesero se volessi tornare in Italia, come la maggior parte dei nostri amici ebrei. Io ero già fidanzata con Giorgio Jarach, il compagno per tutta la vita, avevo messo le radici e decisi di rimanere”. Terminati gli studi Vera entra nella redazione dell’agenzia Ansa di Buenos Aires, dove ha lavorato fino alla pensione. Si sposa con Giorgio e nel 1957 nasce Franca. “Una cosa meravigliosa nella nostra vita – racconta – era una persona eccezionale, condividevamo tutte le passioni: la montagna, la musica, il cinema, il teatro, le lettere e la politica. Aveva molte strade davanti a sé, molte possibilità di esprimersi. Per fortuna ha avuto anche due fidanzati, i quali tuttora mi vengono a trovare”. Franca frequentava il Colegio Nacional de Buenos Aires, un liceo classico molto politicizzato: nella lista degli alunni di quella scuola figurano105 desaparecidos. “Mia figlia era molto brava a scuola e popolare tra i ragazzi, era la rappresentante degli studenti, aveva un ruolo di primo piano nel movimento studentesco di protesta”. Gli studenti erano la principale forza di opposizione alla giunta militare instauratasi alla Casa rosada nel 1976 con un colpo di Stato. “È più esatto dire dittatura civico-militare, perché dietro i generali c’era un blocco sociale reazionario, quello dei grandi latifondisti, che temevano proprio quei cambiamenti sociali che gli studenti invocavano”. La storia della seconda metà del Novecento argentino è ancora lontana dall’essere scritta completamente: vi sono ancora molte zone oscure per quanto riguarda la complicità della Chiesa e dei servizi segreti americani. Quel che è certo è che il Triplo A, Alleanza anticomunista argentina, il braccio violento della dittatura argentina, dipendeva direttamente dall’Operazione Condor, massiccia operazione della CIA finalizzata ad arginare il pericolo comunista in America latina. “Il Triplo A fu il vero protagonista della Guerra sporca, il nome con cui è passato alla storia il terrorismo di Stato argentino degli anni 1976-1983, coperto dall’atroce silenzio dei media e della società impaurita”. Tra i nomi dei desaparecidos incisi nella pietra del Parque de la Memoria, quelli ebraici sono moltissimi. “Quasi il venti per cento delle vittime erano ebrei, un dato notevole se comparato alla percentuale ebraica della popolazione”. I sequestri avevano in primo luogo carattere politico, non etnico, però “gli squadroni della morte del Triplo A si ispiravano alle ideologie nazifasciste, l’antisemitismo era tangibile e determinava un trattamento speciale per i detenuti ebrei. Gli interrogatori, per esempio, si svolgevano con una copia di Mein Kampf, lo scritto di Hitler sul tavolo”. Le ricerche di Franca sono durate molti anni: “Ho bussato a porte che mi venivano sistematicamente chiuse in faccia. Ho interpellato autorità civili, militari, ecclesiastiche, diplomatiche… sempre invano. Una volta mi sono sentita dire: ‘Signora, non si preoccupi, faccia finta che sua figlia è in vacanza’. E un’altra: ‘Se li hanno presi, ci sarà pur stato un motivo’”. Il padre di Franca, Giorgio Jarach, morì nel 1991 senza conoscerne il destino. Vera invece, dieci anni or sono, ha incontrato una donna che fu detenuta insieme a sua figlia, venendo così a sapere che Franca fu uccisa appena un mese dopo il sequestro.. Las madres, quando incontrano un sopravvissuto, non chiedono mai perché è sopravvissuto, perdonano a priori ogni eventuale delazione. “Ho avuto una lunga conversazione con questa signora: mi ha raccontato che Franca mantenne il suo senso dell’umorismo fino all’ultimo. Quando le ho chiesto se ebbe anche a subire torture non mi ha risposto”. La stanza di Franca, trentacinque anni dopo la sua morte, ha ancora l’aspetto della cameretta di un’adolescente. Non è, tuttavia, un tetro monumento: è il (disordinato) luogo di lavoro di Vera. Membro e anima di molte associazioni di familiari, testimone in numerosi processi sia in Argentina che in Italia, Vera Jarach affronta ora il lavoro più faticoso: cercare giustizia e verità.

Manuel Disegni, Pagine Ebraiche Dicembre 2011