Pagine Ebraiche, l’intervista
“Polonia, voglia di restare”
“Auschwitz alle guide polacche”. L’inquietante scritta apparsa sul muro della casa in cui vive a Cracovia è soltanto l’ultimo di una serie di episodi che gettano più di un’ombra sulla Polonia. Ne abbiamo parlato con Diego Audero, 35 anni, originario di Savigliano (Cuneo) e da molti anni guida ad Auschwitz-Birkenau. In un primo momento aveva pensato di gettare la spugna. Adesso, dice, si è convinto ad andare avanti. “Spero – ci spiega – di ritrovare la luce”.
Partiamo dalla vicenda che ti ha visto direttamente protagonista. Come te la spieghi? Sei più spaventato o ferito?
Spaventato lo sono stato forse nei primi minuti. Già nel corso della stessa serata prevaleva un senso di rabbia e frustrazione. Per quanto tu possa essere integrato in una società nella quale hai scelto di vivere pur non essendo quella natia, a volte basta pochissimo perché elementi esterni ti facciano sentire “straniero”. E come se la terra sotto i piedi si facesse rapidamente così soffice ed instabile da rendere precario un equilibrio che invece pareva solidissimo.
È possibile un tuo ripensamento sulla decisione di interrompere la collaborazione con il Museo, riportata da alcuni organi di stampa?
Sì, credo di sì. La dirigenza del Museo, in primis il direttore Cywinski, mi hanno dimostrato vicinanza e supporto. Quella reazione era dovuta a una mancanza di supporto di alcuni colleghi di lavoro che mi rinfacciavano le ricostruzioni poco accurate di alcuni organi di stampa. Mi sono sentito attaccato alle spalle in un momento in cui ero molto fragile. Anche perché credo che tutti siano coscienti di come spesso gli organi di stampa siano macchine che procedono a una propria velocità senza che possano essere fermate. Ho preso un mese sabbatico, e spero sia sufficiente per poter tornare al mio lavoro con la serenità necessaria per poter continuare il cammino che avevo intrapreso.
Quell’episodio per altro si sommava ad un periodo di smarrimento dovuto al contesto generale, alle elezioni in Italia, alla deriva dell’Europa. Dopo anni passati a metter in guardia che quanto accaduto può ripetersi, di quanto sia necessario rifuggire la zona grigia, del potere della propaganda, ci si ritrova chiedere a se stessi se il lavoro di 11 anni sia servito a qualcosa. Mi sono chiesto dove fossero i 10mila ragazzi che ho formato negli ultimi anni, che senso avessero i Viaggi della Memoria; insomma, mi sono chiesto se tutto il mio lavoro fosse servito a qualcosa. Essendo moralmente incapace di fare una cosa per sola convenienza, mi sono chiesto se potessi ora continuare. Spero di ritrovare la luce.
I segnali che ultimamente arrivano dalle istituzioni polacche non appaiono i più incoraggianti per la difesa di una Memoria consapevole, al riparo da mistificazioni e strumentalizzazioni. Cosa pensi di quello che sta accadendo?
È un tema estremamente delicato e difficile da sintetizzare in poche linee. Concordo con quanto da lei affermato. Credo tuttavia che il problema non sia solo da un lato. Tanto la società polacca quanto il mondo ebraico vivono ancora oggi un trauma profondissimo per quanto è accaduto nel corso del secondo conflitto armato. Ed è inevitabile che sia così. Ma mentre il trauma, assai più profondo, vissuto dal mondo ebraico è universalmente riconosciuto, spesso quello della società polacca viene disconosciuto. Non parlo di storia e numeri. Parlo di trauma emozionale. Per molti anni si è lavorato in modo molto proficuo a una Memoria condivisa, quindi credo sia ancora possibile tornarci. Ma come tutti gli equilibri precari, come un’influenza curata con superficialità, basta un colpo d’aria perché la febbre torni. Ma i legami tra la Polonia e l’ebraismo sono troppo forti e nessuna fase storica può cancellare questi legami. Lo sforzo andrebbe però fatto da entrambi i lati, anche dal mondo ebraico.
Il gap di consapevolezza tra città e ambienti rurali è ancora significativo? Esistono margini di recupero?
Né più né meno dell’Italia degli anni Cinquanta. Io ricordo la Polonia di 15 anni fa. La conoscenza, la cultura, le frontiere aperte, il contatto con il diverso. Basta vedere il fronte che si oppone a questa deriva. Sono la maggioranza del paese. Ma spesso la maggioranza si divide tra attiva e passiva. E quella attiva è dannatamente minoranza rispetto a quella passiva. Ma l’estremismo in Polonia è la netta minoranza del paese: sono semplicemente più organizzati e spalleggiati da un clima generale che si respira in Europa.
Il piccolo mondo ebraico polacco riesce a far sentire la sua voce in modo sufficiente o ha bisogno di sostegno?
Ho difficoltà a rispondere a questa domanda. Non lo so. Ciò di cui ha bisogno è però che si eviti nel mondo ebraico la ricerca dello scontro frontale. Dalla Polonia escono sempre e solo i casi negativi e mai quelli positivi, che sono la maggioranza assoluta. Mai come negli ultimi cinque anni c’è stato in Polonia un interesse così alto verso la cultura ebraica. Sono nati musei, festival, mostre. Ma di questo non si parla mai. Molti degli ebrei nel mondo hanno avuto un parente che dalla Polonia è fuggito: negli anni tra le due guerre, durante la Seconda Guerra Mondiale o negli anni Sessanta. È umanamente comprensibile che una gran parte del mondo ebraico abbia conosciuto la Polonia attraverso un prisma piuttosto negativo. Ribadisco, umanamente comprensibile. Ma la convivenza tra queste due entità non può essere ridimensionata al solo Novecento.
Mi capita molto spesso di accompagnare famiglie ebraiche cilene o argentine. Siamo ormai alla terza generazione. I loro bisnonni dovettero spesso abbandonare la Polonia negli Anni Venti. Le prime due ore mi servono per placare il loro malcelato risentimento verso la Polonia, e poi l’ultima mezz’ora per consolare le lacrime di emozione di chi ha ritrovato la pace con una parte della loro cultura di origine. La sfida è che anche nel mondo ebraico si intraprenda un percorso di riappacificazione che superi le idiosincrasie del secolo corso. So che è molto difficile, me ne rendo conto. Ma so anche che è possibile perché l’ho visto con i miei occhi. Poi si spera che i governi non distruggano i ponti che con molta difficoltà gente come me ha costruito negli anni. Entrambi i governi però.
La Polonia sarà la tua casa anche in futuro? E se sì, perché?
Certo che lo sarà. Perché è una nazione meravigliosa, con una storia meravigliosa, con una cultura meravigliosa. Cultura che al venti per cento è composta anche dalla componente ebraica. Non c’è Polonia senza Bruno Schulz, senza fratelli Singer, senza Rubinstein. E le posso assicurare che la gran parte dei polacchi ne è cosciente.
Adam Smulevich, Pagine Ebraiche aprile 2018
(4 aprile 2018)