Il povero diavolo

vercelliDistinguere tra un antisemitismo vecchio ed uno nuovo non è facile. Senz’altro il primo dato da cui partire è che qualsiasi pregiudizio di antica data perdura nel corso del tempo soprattutto grazie alla sua struttura camaleontica, ossia la capacità di adattarsi, in una specie di costante metamorfosi, alle condizioni date di volta in volta, quindi nel corso del tempo. Detto questo, l’antisemitismo non è il “razzismo contro gli ebrei”. Semmai è un vero e proprio discorso ideologico su come la società funzionerebbe a detta di coloro che se ne fanno convinti latori e strenui alfieri. Una società siffatta è ricondotta ad una serie di paradigmi complottisti, dove all’ebraismo è ascritta la natura di forza occulta, capace di condizionarne l’evoluzione e gli sviluppi. Agli ebrei è quindi attribuita una capacità egemonica, tanto più potente quanto invisibile. Per l’antisemita ideologico, la “forza degli ebrei” è la trasposizione della forza, non misurabile ma comunque sempre percepibile, delle differenze e delle diseguaglianze nelle relazioni sociali. È come se ad esse si fornisse una specie di carattere antropomorfico: poiché spiegare le asimmetrie nei rapporti di potere – in sé astratti – è tanto urgente quanto difficile, allora si identifica un soggetto collettivo (gli “ebrei”, per l’appunto) al qual imputare la colpa di tutto ciò che è vissuto come un’ingiustizia. Più che della ricerca di un capro espiatorio si è qui in presenza di un angoscioso bisogno di dare una forma a qualcosa di altrimenti non descrivibile in altro modo. Anche per questo l’antisemitismo rimane a tutt’oggi una radicata e condivisa forma di «socialismo degli imbecilli» (August Friedrich Bebel). Nel suo costituire una forma di falsa egualitarismo, la quale si basa sulla condivisione di un “nemico”, identificato il quale finalmente si può passare al contrattacco, rivela quindi la sua natura pervasiva e metamorfica. Tra l’antisemitismo occidentale, europeo, quello che tra il XIX e il XX secolo è andato affermandosi, e un “nuovo antisemitismo”, ci sono molti motivi di aderenza: non solo la visione degli ordinamenti sociali come prodotto di un complotto e dell’azione di forze occulte, ma anche l’ossessione per il denaro e la finanza (strumenti diabolici attraverso i quali gli ebrei controllerebbero il mondo) nonché l’idealizzazione negativa dell’ebraismo come di una specie di perversione della “natura” dell’uomo. La diabolizzazione degli ebrei (agenti di Satana) si spinge a recuperare il “carattere femminile” che ad essi era attribuito da certa libellistica di fine Ottocento e che ora è ripreso dai discorsi dei jihadisti. L’elemento della femminilità è qui da intendersi come denuncia di una pericolosa seduzione giocata nei confronti del virilismo dei maschi preminenti, tali poiché guerrieri, destinati a governare le sorti del mondo. L’intreccio con l’ossessione per il corpo della donna e la sessualizzazione delle relazioni sociali è tanto più tangibile in una concezione politica dell’identità religiosa, così come avviene nei movimenti islamisti. La potenza dell’antisemitismo jihadista sta nel fatto che oggi si presenta non come manifestazione di opinione bensì in quanto riaffermazione violenta e prevaricatoria di una identità insindacabile. Si tratta di un antisemitismo tanto apocalittico quanto redenzionista: bisogna raddrizzare il “legno storto dell’umanità” e per farlo necessita d’intraprendere una lotta corpo a corpo. Il lottare contro gli ebrei è allora vissuto come l’affermazione dell’obbligo di contrapporsi a ciò che sarebbe “contro lo stato di natura”. Gli ebrei, in questa costruzione mentale, sono la manifestazione materiale, ossia concreta e temporale, del peggiore male, quello che sovvertirebbe gli ordini costituiti. I quali sono tali poiché consegnati da una entità superiore alla comunità dei credenti, a tutela dei quali costoro debbono ingaggiare una lotta senza respiro. Nei paesi a sviluppo avanzato negli ultimi quarant’anni, complice il declino non solo della contrapposizione ideologica bipolare ma anche del libero confronto tra culture politiche e, con esse, di molti degli ideali di emancipazione, una parte dei gruppi politici più radicali, a sinistra (ma in parte anche a destra), hanno progressivamente sposato alcuni aspetti della causa dei gruppi del fondamentalismo religioso. In essa hanno voluto leggere non solo un nitore ed una coerenza di “pensiero” altrimenti assente ma anche una presunta capacità di rappresentare gli interessi e la forza di un nuovo proletariato, quello delle società d’emigrazione e – quindi in immediato riflesso – dei medesimi migranti. L’Islam politico ha concorso, almeno in parte, a coprire il vuoto generato dalla caduta di ciò che restava dell’idea della lotta di classe come motore della storia. Così come ha soddisfatto il bisogno di rifarsi ad un pensiero della totalità (che politicamente si traduce in desiderio di totalitarismo). In questa famiglia ideologica l’avversione contro gli ebrei assume la forma del rifiuto del “sionismo”, tematizzato come colonialismo pervicace, forma suprema dell’”imperialismo” occidentale (del quale gli ebrei sarebbero gli autentici registi). Non è un caso se ad esso sia imputato il ricorso all’apartheid così come la sua sinistra consonanza al “nazismo”. Si è quindi coerentemente anti-imperialisti se si lotta contro Israele, che è il vero epicentro della trama dell’asservimento dell’uomo ad un suo innaturale padrone. Se si trattava di continuare a demonizzare, con questa assolutizzazione si è quindi transitati dall’impronunciabilità dell’antisemitismo (che in molti paesi è bandito dai discorsi pubblici ufficiali) all’accettabilità di un antisionismo che recupera aspetti e connotati di ciò che, altrimenti, non può essere detto apertamente, pena la sanzione morale, civile e politica altrui. Quale sia il reale futuro di questa avversione, tuttavia, lo si potrà verificare solo nel momento in cui dallo stallo politico nel quale le nostre società sembrano essere precipitate, si dovesse finalmente passare ad una nuova stagione di confronti basati non sui fantasmi delle identità etniche. La fine delle vecchie ideologie, infatti, non ha reso il mondo libero dal bisogno di esse, semmai sostituendole con una rinnovata forza del pregiudizio.

Claudio Vercelli

(22 aprile 2018)