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…Resistenza

L’idea che chi possiede le chiavi della Storia sia il vero detentore del potere politico è sostanzialmente veritiera (in linea generale e con le dovute eccezioni) e anche un po’ minacciosa. La Storia la scrivono i vincitori, si dice. Oppure la riscrivono i detentori del potere. In ogni caso si tratta di un’azione politica delicata che carica di responsabilità il ricercatore e il divulgatore che nella sua funzione di “intellettuale” dovrebbe di principio possedere due caratteri essenziali: essere rigoroso nel suo lavoro, dimostrando rispetto nell’uso delle fonti e un approccio laico alla narrazione; e non essere succube del potere, ma indipendente (nel senso letterale di “non dipendere”). Ci sono state nel recente passato alcune figure – minoritarie – di intellettuali liberi che hanno riconosciuto nella Storia un valore assoluto di dirompente forza politica. Penso ad esempio a Marc Bloch, che da partigiano ha scritto alcune pagine decisive sul metodo dello storico prima di morire fucilato. Penso a Emanuel Ringelblum e al suo circolo “Oneg Shabbat”, che nel ghetto di Varsavia scrissero la storia della loro quotidianità e la nascosero nel sottosuolo, fiduciosi che sarebbe stata ritrovata trasformandoli da sconfitti in vittoriosi. Alla fine, da uomini schiavi, gli storici di Ringelblum scrissero la versione vittoriosa della storia.
Il conflitto sulla storia della resistenza antifascista e antinazista in Italia e sulla sua narrazione sembra essere troppo legato a una dimensione di rapporti di potere. Uno scontro trasversale e a vari livelli, che ha poco a che vedere con i doveri dell’intellettuale e la sua responsabilità politica e civile sul come studiare e divulgare quella storia. Le discussioni che si sviluppano attorno al museo del fascismo di Predappio, al museo della resistenza in allestimento alla casa della memoria di Milano, per non dire delle paradossali dinamiche attorno alla partecipazione dei vessilli della Brigata Ebraica alle celebrazioni del 25 aprile, sembrano tutte figlie di questa dinamica malata. Una continua richiesta di “schierarsi” a favore o contro iniziative, senza quasi mai entrare nel merito dei nodi culturali e per l’appunto politici di queste manifestazioni. Un percorso nel quale la gran parte dei protagonisti sembra perdere di vista l’obiettivo primario, che a me sembra quello di realizzare luoghi e proporre percorsi di riflessione nei quali le nuove generazioni – nate ormai a decenni di distanza dagli avvenimenti che segnarono la strada alla scrittura della nostra Costituzione – possano conoscere e riconoscere la sostanza di valori fondamentali, raccontata e proposta con linguaggi a loro comprensibili. Se le forze (movimenti, associazioni, partiti, comunità) che si dicono eredi dell’esperienza antifascista non riconoscono la necessità di ragionare sulla sostanza e sui linguaggi della rappresentazione di quella storia più che accapigliarsi sull’opportunità della scelta dei luoghi e sulle cariche di chi quei luoghi deve dirigere, in breve tempo quella storia diventerà irrilevante e smetterà di essere fondamento della nostra civiltà. Prevarranno (forse già prevalgono) i complottismi di vario tipo, il fondamentalismo religioso, politico e antipolitico, il disprezzo e la misconoscenza di fondamenti scientifici necessari e vitali (parliamo di vaccini?), la nostalgia del capo unico. Non ci sarà, allora, più tempo né spazio per raccontare la storia della resistenza né del fascismo. Anche perché il fascismo, a quel punto e con aspetto diverso dal classico olio di ricino e manganello, avrà ben vinto la sua lunga battaglia.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(11 maggio 2018)