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L’abito nero

vercelliLa storia della destra radicale ed estrema si accompagna a quella della Repubblica italiana, «nata della Resistenza». Per più aspetti ne è una sorta di reciproco inverso, cercando di negare violentemente la legittimità politica delle istituzioni democratiche. Spesso, tuttavia, si intreccia ad esse, soprattutto quando si manifesta come fenomeno legalitario, sia di natura parlamentare che popolare, con le manifestazioni di piazza e la partecipazione al dibattito politico. È allora corretto parlare del radicalismo di destra come di una vera e propria area, composta da idee e ideologie, ma anche da gruppi e militanti, le une e gli altri tra di loro differenti. Un’area che ha cambiato in parte la sua fisionomia e la sua proposta nel corso del tempo. Non esiste un’unica modalità di interpretazione, anche perché i soggetti che la compongono sono così diversi da risultare spesso in competizione tra di loro. Tuttavia, una radice comune è la posizione antisistemica, ossia l’intenzione di mutare, per l’appunto in maniera radicale, il «sistema» istituzionale, politico e finanche culturale della democrazia contemporanea. Negandone la radice egualitaria, che il neofascismo denuncia invece come una perversione dell’ordine naturale delle cose. La discriminante si gioca spesso sul piano dei metodi, poiché c’è un’enorme differenza tra chi ha perseguito un tale obiettivo per vie legalitarie e chi, invece, lo ha praticato ricorrendo all’eversione, alla clandestinità, al terrorismo. Lo scorrimento della storia della destra estrema, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, ci permette tuttavia di leggere e comprendere anche alcune dinamiche delle vicende repubblicane, a partire dal modo in cui le istituzioni democratiche hanno affrontato la persistenza del fascismo dopo che esso era tramontato come regime. La permanenza della destra neofascista risponde infatti a molte ragioni. La prima di esse è che il fascismo stesso non si poteva esaurire con la fine del ventennio mussolinano e nella vicenda crepuscolare di Salò. Se lo si considera come qualcosa che va oltre la sola dimensione politica – assumendone quindi i caratteri di organizzazione della società italiana, come anche di una mentalità diffusa, presente in diversi strati della popolazione – il segno che lascia non è riconducibile esclusivamente alla sua diretta esperienza di potere. In altre parole, non si conclude nel biennio 1943-45 ma prosegue, sia pure in forme e modi diversi. La seconda ragione è il supporto e l’attenzione che il neofascismo ha raccolto in ambienti e contesti che fascisti non sono mai stati e che tuttavia, a vario titolo, si sono avvalorati della sua presenza e del ruolo che in tale modo ha svolto. Più in generale, una parte del radicalismo di destra ha incontrato i favori dell’elettorato, e di quella pubblica opinione, maggiormente conservatrice, presentandosi come garante operativo di un eventuale “blocco d’ordine”, in grado di concorrere a fermare o a rallentare i cambiamenti in corso nel nostro Paese. Una terza ragione è la necessità di garantire la continuità dello Stato dopo il crollo politico del ’45: in essa si identificava un ampio e variegato sistema d’interessi che, nel nuovo regime bipolare, nato con la contrapposizione tra Est ed Ovest, voleva in tutti i modi premunirsi dai rischi della presenza comunista. Quello stesso circuito di soggetti aveva permesso, vent’anni prima, l’accesso dei fascisti al potere. Fondamentale, quindi, è riflettere sul ruolo dello Stato e di quegli interessi che intorno ad esso si sono concentrati nel corso del tempo. Non è un caso, infatti, se nel secondo dopoguerra l’epurazione di coloro che erano compromessi con il regime mussolinano fu prima occasionale, poi claudicante ed infine venne di fatto neutralizzata. Ma vi sono ulteriori motivi che rendono il neofascismo un fenomeno per nulla marginale. A tutt’oggi si presenta come destra di movimento, di mobilitazione e coinvolgimento. Al pari di cent’anni fa la destra radicale si dà ancora un abito che è quello della «rivoluzione», del sovvertimento e dell’integrale trasformazione dell’esistente. Non parla di conservare ciò che già c’è ma, piuttosto, di ripristinare qualcosa di buono e giusto che è andato perduto, causando un grande danno all’intera società. Così dicendo, nella sua battaglia contro la democrazia, vista come una perversione degli ordinamenti umani, cerca di raccogliere e catalizzare il malcontento, la rabbia, le delusioni di donne e uomini che cercano un qualche conforto rispetto ai disagi che vivono quotidianamente. Come molteplici sono le organizzazioni e le sigle dell’«arcipelago nero» in Italia, altrettanto differenziate sono le posizioni politiche e i temi ideologici ai quali i singoli gruppi hanno fatto riferimento in settant’anni di storia repubblicana. Se ne circoscriverà quindi l’area, si identificheranno gli aspetti salienti, più importanti, se ne racconterà l’evoluzione nel trascorrere del tempo. Il ricorso a termini quali «destra radicale», «destra eversiva», «estrema destra», «movimento nazionalrivoluzionario», al pari dell’espressione «neofascismo (quest’ultima dai caratteri molto definiti, poiché indica uno specifico pensiero, fortemente radicato nel lascito del Ventennio fascista), come se fossero omologhi o comunque intercambiabili, trova la sua ragione d’essere nella necessità di descrivere l’unitarietà di un’area politica che è identificabile principalmente più per ciò che rifiuta, ossia la dimensione democratica e costituzionale del regime politico del nostro Paese, che non per altro. Il rigetto delle regole, da questo punto di vista, non è mai selettivo bensì sistematico. Non riguarda un singolo aspetto della politica ma la vita politica in quanto tale. Così facendo, ovvero partendo dal presupposto che il «sistema» democratico sia in sé illegittimo poiché contrario alla vera natura intima e profonda degli esseri umani, rappresentandone quindi una «degenerazione», molte formazioni radicali hanno attentato alla sua legalità, ponendosi come agenti attivi dell’eversione degli ordinamenti istituzionali. Il tema della violenza che da ciò deriva, così come delle sue giustificazioni sul piano ideologico e politico, è un altro importante aspetto della questione che andiamo trattando. Come è stato osservato, in quanto tratto comune e di continuità della destra radicale vi è infatti: «la tradizione fascista (che mescolava concezioni romantiche-superomistiche e concezioni nichiliste e anarchiche), considera[ndo] la violenza un atto di restituzione di un ordine necessario, che acquista un valore in sé, presentandosi come l’epressione della superiorità guerriera degli eroi, del loro diritto a disporre dell’esistenza di esseri che proprio nel subirla si dimostrano inferiori» (Franco Ferraresi). In questo modo di concepire le relazioni sociali, basate sul ricorso alla forza, c’è un lungo percorso di autolegittimazione, che teorizza ripetutamente il valore etico della violenza come strumento di purificazione della società dal disordine generato dal decadimento imputabile ai tempi moderni. La questione del ricorso alla forza è nel neofascismo un aspetto ineludibile. Va al di là, ben oltre, le teorizzazioni e l’ideologia di riferimento. Ne è semmai una fondamentale cornice. Così com’è molto importante lo “stile neofascista”, ovvero l’insieme di atteggiamenti, di parole, di pensieri, di modi di vestire, di luoghi di incontro e socializzazione che connotano l’arcipelago nero, delimitandolo come un sistema di simboli e pratiche. Le quali, rinnovandosi nel corso del tempo, proprio per questo ne garantiscono una qualche forma di continuità. Oggi più che mai. Poiché ciò che è indispensabile capire, nel presente, non è quanto del passato fascista possa tornare, essendo il regime mussoliniano un’esperienza unica, destinata a non ripetersi. Semmai, invece, l’interrogativo legittimo è quello che rimanda alla capacità dei movimenti e dei temi neofascisti di diventare parte della discussione pubblica, dell’agenda politica, magari rivestendo panni di apparente rispettabilità. Come fu, in questo caso, anche nel passato.
Introduzione da Claudio Vercelli, Neofascismi, Edizioni del Capricorno, Torino 2018, in uscita nelle librerie e nelle edicole, con i quotidiani del gruppo Gedi, in questi giorni.

Claudio Vercelli

(7 ottobre 2018)