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Collettiva o individuale, la preghiera come risposta all’emergenza 

“Ogni famiglia ebraica, sola nella sua casa in Egitto sedeva con fervore anticipando il sogno comune di liberazione e autodeteminazione. 3332 anni dopo, questo Shabbat HaGadol (shabbat prima di Pesach), ci sediamo anche noi, isolati nelle nostre case, uniti ancora una volta dalle nostre ferventi preghiere per il sollievo dalla pandemia globale che ha scosso il nostro mondo profondamente”. È l’invito firmato da diversi rabbini capo dell’ebraismo mondiale a dedicarsi questo Shabbat alla preghiera, a trovare conforto e unità nei valori del sabato ebraico, in particolare in questo momento di grande emergenza. Chiusi in casa nel rispetto delle misure restrittive volte a tutelare la salute pubblica, non ci si può recare in sinagoga o al Bet HaKnesset (letteralmente casa dell’assemblea), non ci si può riunire per fare minian (il quorum, composto da 10 uomini adulti, che forma una collettività e permette la preghiera pubblica ebraica) e così viene stravolta anche la vita ebraica e la dimensione della tefillah (preghiera) collettiva.
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Con l’aiuto di quattro rabbanim italiani, Riccardo Di Segni, Roberto Della Rocca, Giuseppe Momigliano e Benedetto Carucci Viterbi, abbiamo cercato di capire cosa significa questo nuovo ordine temporaneo delle cose, come influenza il modo di pregare e la dimensione di comunità.
“Nell’ebraismo esistono due tipi di preghiera, uno istituzionale e collettivo, e uno libero e del singolo – spiega a Pagine Ebraiche il rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e tra i firmatari della lettera citata in apertura – La preghiera istituzionale e codificata, che sappiamo basarsi sul minian, serve a cose importanti, a ribadire la coesione della collettività: stare uniti ci dona forza e questa unità è generale, riguarda l’intera comunità d’Israele. Una comunità unita nello spazio, poiché si recita la stessa cosa, e unita nel tempo, perché si ricollega a una tradizione millenaria”. Dal punto di vista dottrinale, spiega Di Segni, “la tefillah collettiva è il risultato di un lavoro accurato perché vi si possono esprimere dei concetti che non sono affatto conformi ai dettami tradizionali. La tefillah codificata è una sorta di vincolo dal punto di vista della dottrina: segnala in ordine di importanza quali debbano essere le priorità del popolo d’Israele”. Questa forma di tefillah, spiega il rav, non esclude quella libera e personale che può anzi inserirsi in quella collettiva. “In generale tutti i problemi che uno ha li può inserire quando si arriva la benedizione di shemà kolenu. Il caso della tefillah di rav Adin Steinsaltz (letta da rav Di Segni questa settimana) non è che un esempio di una tradizione in cui un maestro ha pensato di scrivere una preghiera per l’occasione”. Un’occasione complicata in cui la preghiera stessa può aiutare a dare conforto.
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“La preghiera spontanea in questo momento può aiutare ad aprire il cuore, con dei sentimenti, delle emozioni, delle espressioni di particolare sofferenza e dolore condiviso”, riflette rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova. “Credo sia importante: vuol dire che c’è spazio per il sentimento spontaneo”. “Il mondo ebraico – aggiunge il rav – ha imparato ad affrontare nella sua storia sia la sofferenza fisica sia quella spirituale: in questo momento di dolore e disorientamento, la preghiera spontanea ebraica, che ha valore per gli ebrei ma si propone anche come universale, può essere un punto di riferimento”.
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“Cosa può insegnarci essere isolati dagli altri? Non poter condividere con nessuno, i pasti, la vita sociale , le preghiere, lo studio, il lavoro, la dimensione emotiva e affettiva? È una terribile dimensione, molto tragica per un ebreo, – spiega rav Roberto Della Rocca, direttore dell’area Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – colui che dovrebbe essere sempre alla ricerca del ‘decimo’ per raggiungere il ‘quorum ‘ per espletare delle funzioni pubbliche fondamentali. Da sempre la nostra Tradizione ci insegna che anche nei momenti più drammatici della nostra vita dovremmo cogliere delle opportunità sforzandoci di tirar fuori insegnamenti positivi anche dalle brutte esperienze. Ci sono dei valori come la Tefillah, la preghiera, la Teshuvah, una profonda introspezione e un ravvedimento della nostra condotta, la Tzedakah, la giustizia sociale e la solidarietà, che costituiscono per noi ebrei il più forte antidoto contro la perdita di quel senso di responsabilità che ci rende umani. Forse l’Eterno in questo momento vuole la nostra preghiera individuale, espressione della nostra fede e intimità più profonde”.
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Sulla differenza tra preghiera collettiva e personale, il rav Benedetto Carucci Viterbi, coordinatore del Collegio Rabbinico Italiano, ritorna sul tema dell’unità e della pluralità. “In questa situazione credo ci siano due strade: la prosecuzione delle teffilot precostituite recitate in contemporanea con altri. Se si riesce a farlo, in qualche modo si conferma un legame con la collettività dei preganti, nella prospettiva che quando noi preghiamo lo facciamo sempre al plurale, preghiamo per noi stessi ma anche per tutti gli altri. Il principio generale è che noi siamo esauditi soprattuto per le cose che chiediamo per gli altri”. Altra strada, “una sorta tefillah libera, un servizio del cuore, ognuno prega secondo le sue modalità, i suoi sentimenti in una dimensione di precarietà”. Non è necessaria solo la preghiera formale, spiega il rav. “È comunque bene che ciascuno preghi: per esempio, le donne non hanno l’obbligo formale della Tefillah ma quando esprimono una loro preghiera interiore questo è considerato come adempimento. Può essere un modo per chiunque di pensare la preghiera in questo momento. Dell’aspetto spontaneo, forse noi ebrei abbiamo troppo introiettato l’idea che esista solo una preghiera ordinata. C’è spazio anche per una preghiera autonoma e spontanea, che risponda a esigenze interiori. In particolare in questo momento dobbiamo riappropriarci di questo spazio autonomo, volontario e un po’ creativo”.

Daniel Reichel

(Nelle immagini, i rabbanim Riccardo Di Segni, Roberto Della Rocca e Benedetto Carucci Viterbi durante Redazione Aperta, il laboratorio giornalistico curato dalla Redazione UCEI. Nella seconda immagine, rav Giuseppe Momigliano in sinagoga a Genova durante la Giornata della Cultura ebraica)