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Oltremare
Le piazze piene nel 2020

Ci ho messo parecchio a capire che cosa non mi torna nell’ondata di manifestazioni che sta infiammando questa estate israeliana, la quale estate fra l’altro di suo non sarebbe fra le più calde che ho avuto la ventura di superare grazie alla sola benedetta potenza dei condizionatori.
Ormai sono settimane che la gente manifesta e non so nemmeno dire chi ha iniziato: se quelli che vorrebbero vedere la fine politica di Netanyahu e basta, o le assistenti sociali o i genitori di bambini in qualsiasi grado, o i dipendenti del mondo della cultura, oppure quelli del turismo, guide e agenti – tutti disoccupati da marzo; mancano credo gli albergatori ma come il governo smetterà di usare gli alberghi per ospitare i cittadini contagiati o di rientro dall’estero (quei pochi), che devono fare isolamento coatto e non possono farlo a casa propria, secondo me vedremo anche loro.
Violenza a parte, che provenga dalla polizia che cerca di contenere o disperdere i manifestanti, o da gruppi o singoli che vanno contro a chi manifesta (questi sì, per motivi spiccatamente politici), c’è qualcosa d’altro che non suona. Eppure in queste settimane si manifesta un po’ in tutto il mondo. E anche in Israele, non è certo la prima volta che vedo una ondata del genere: nel 2011 ero a Tel Aviv quando la città si riempì di tende e le manifestazioni arrivarono a contare parecchie centinaia di migliaia di persone, famiglie con bambini piccoli comprese, per molte settimane di fila.
Infine oggi ho realizzato che il manifestare in sé, il riempire le piazze e le strade, atto che genera dispetto o rispetto, a seconda di chi sta al potere o al governo, con quale reale consenso e da quanto tempo, è qualcosa che appartiene al mondo pre-2020, ovvero pre-covid. In un presente tutto fatto di collegamenti internet, riunioni in zoom, scuola virtuale, e in un momento in cui oltre a tutto sarebbe logico essere tutti poco propensi a respirare il respiro di sconosciuti, figuriamoci se in massa, le piazze piene sono una contraddizione in termini. Ci dicono anche, vero, che la gente ne ha fin sopra i capelli di tutto, e questo va da sé. Ma la cosa strana, la cosa che non torna, è proprio che mentre quasi tutte le nostre attività lavorative, sociali, logistiche, pratiche si sono trasferite online, velocemente e con moderato successo, per esprimere dissenso o chiedere l’attenzione l’unica cosa che sappiamo fare è ancora semplicemente uscire in strada e camminare, come nella canzone di Shlomo Artzi. Perfino nella start-up nation, nel 2020.

Daniela Fubini