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I giovani e il rischio contagi

I quotidiani italiani, dopo il caso della comitiva di circa cento giovani (veneti e lombardi) che ha visto almeno 21 di loro contagiati una volta rientrati dalla Croazia, parlano del problema dell’aumento dei contagi fra le fasce più giovani della società. “Non è una sorpresa che l’età media dei contagiati si sia abbassata fino a 40 anni. – spiega al Corriere Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani – I giovani hanno una vita sociale più attiva e quindi un maggior numero di contatti col rischio che siano meno scrupolosi nelle misure di prevenzione. Però il “ringiovanimento” dell’epidemia comporta nel breve periodo un minor rischio di sovraccarico dei servizi sanitari. I giovani possono non ammalarsi o avere sintomi lievi”. Ippolito spiega che in ogni caso per il momento l’Italia è tra i paesi virtuosi, invitando a mantenere alta l’attenzione e adottare tutte le misure di protezione necessarie. Sul fronte scuola, sottolinea che da settembre sarà inevitabile l’emergere di nuovi focolaio: “dobbiamo aspettarcelo così come attendevamo un incremento di casi collegato alla riapertura delle frontiere interne e internazionali. Bisogna essere pronti a intervenire su focolai e catene di trasmissione come già stiamo facendo, consapevoli che permettere ai ragazzi di tornare a scuola è un dovere civile e morale”.

Beirut, la protesta di piazza. È alito a 158 morti e circa 6 mila feriti il bilancio dell’esplosione che martedì ha colpito il porto di Beirut, devastando la città (su L’Espresso, un ritratto di Beirut). E nel mentre i libanesi scendono in piazza è chiedono una rivoluzione. Il Corriere descrive l’atmosfera per le strade, con due ministeri occupati, con i ritratti del capo di Hezbollah Nasrallah e del presidente Aoun “impiccati”, spari di lacrimogeni e scontri. Per il direttore di Repubblica Maurizio Molinari le manifestazioni possono essere il primo passo per un vero cambiamento in Libano, paese in ginocchio a causa della crisi economica, del covid e ora segnato dalla tragedia del porto. Il Giornale evidenzia la crisi di popolarità dei terroristi di Hezbollah ma sottolinea come il loro tentativo sarà di sfruttare la ricostruzione per riprendere il terreno perduto. Oggi intanto si terrà la conferenza internazionale dei donatori per il Libano coordinata dalla Francia: il presidente Macron, spiega La Stampa, sta cercando di convincere gli Stati Uniti di Trump a prendere un ruolo di primo piano: “Investa nel Paese per non lasciare campo all’Iran”.

Tutto cambia per non cambiare mai. Chi non crede che i moti attuali in Libano faranno qualche differenza è il vice rettore dell’Università di Tel Aviv e storico Eyal Zisser, intervistato da La Stampa. “A un certo punto calerà il polverone, la vita tornerà a come era prima. Il governo si dimetterà, ci saranno elezioni anticipate e nulla cambierà. Perché al momento del voto, i libanesi confermeranno il loro sostegno ai soliti rappresentanti delle varie comunità divise. Dal punto di vista sociale, il Libano è come la Sicilia dei clan familiari. Il sistema è comune a molti dei Paesi che si affacciano sulle coste del Mediterraneo. Ma il Libano è l’unico luogo dove le solite poche famiglie di sempre hanno ancora in mano le redini del paese”. Per Zisser anche sul fronte Libano-Israele non cambierà nulla: “Hezbollah non ha alcuna convenienza ad attaccare Israele. Avrebbe tutto da perdere. D’altro canto, Israele ha un solo desiderio: dimenticare tutto ciò che ha a che fare con il Libano. Questo è solo un piccolo dettaglio, in un quadro più ampio, in cui nessuno ha interesse”. Il Fatto Quotidiano intanto ricostruisce un po’ di fakenews legate all’esplosione di Beirut, tra cui quelle che addossano la colpa ad Israele.

Pillola abortiva. I quotidiani approfondiscono il tema legato alle nuove disposizioni del ministero della Salute secondo cui non sarà obbligatorio il ricovero di 3 giorni per chi vorrà sottoporsi ad un aborto con pillola, la Ru486. Il trattamento verrà infatti effettuato in day hospital, con la paziente che giungerà nella struttura al mattino, poi al pomeriggio/sera verrà dimessa. La Ru486 si potrà quindi assumere senza ricovero, fino alla nona settimana di gravidanza – prorogando il termine delle sette settimane previsto finora. “Il Css e le società scientifiche hanno espresso un parere favorevole univoco. Queste nuove linee guida sono un passo avanti importante e rispettano pienamente il senso della legge 194, che è e resta una norma di civiltà nel nostro Paese”, le parole del ministro Speranza, replicando – spiega il Corriere – alle polemiche sul provvedimento, contestato tra gli altri dal quotidiano cattolico Avvenire. Per la sociologa Chiara Saraceno (Stampa), “non c’è da sorprendersi per le proteste arrivate subito dopo la decisione di Speranza da parte di chi da sempre si oppone alla legalizzazione dell’aborto. Secondo costoro, se si deve permettere che le donne ricorrano all’aborto, che lo facciano nelle condizioni più punitive e difficili possibili”.

Gitai racconta Laila. “È una serata pesante e umida nella città portuale di Haifa. Stiamo entrando in un bar, per vedere una mostra di foto di un fotografo israeliano militante. Gil incontra il direttore della galleria Laila. Viene trascinato in un labirinto di relazioni umane. Questo club Fattoush è un rifugio per gente di tutte le origini: uomini e donne, etero e gay, ebrei e arabi, radicali e moderati. Impariamo che possiamo essere diversi, ma non abbiamo bisogno di uccidere o distruggere l’altro. Ogni società ha bisogno dell’Altro. Questa è una caratteristica della modernità, che va oltre il Medio Oriente. E dopo tutto noi, l’artista, il regista, il vagabondo in questi luoghi, possiamo semplicemente lanciare un altro mattone nel muro”. Così il regista israeliano Amos Gitai racconta il suo ultimo filma, Laila, in un’ampia intervista rilasciata ad Alain Elkann su La Stampa.

Italiani. Sul Fatto Quotidiano Furio Colombo riflette su una certa retorica di alcuni esponenti di estrema destra in merito al concetto di italiani: “intendono una folla che si possa coinvolgere in vari tipi di linciaggio, da parole indicibili all’ aggressione fisica. Ma è importante che i destinatari da convertire, nella continua baraonda di insulti e di accuse, siano ‘gli italiani’ e non l’Italia, nel tentativo di cogliere gente disorientata e sola che sta al gioco del rancore cieco”. È in questo clima, spiega Colombo, che alcuni si sentono liberi di insultare il Testimone della Shoah Sami Modiano, la sua identità ebraica e la scelta del Presidente Mattarella di rendergli onore. “Gli ‘italiani’ in questo sottofondo culturale del Paese degradato servono dunque a due funzioni: distinguerli dagli ebrei, che non sono italiani (frase di Mussolini), e dai migranti, che invadono il nostro Paese per sostituire la razza bianca con la complicità delle Ong, dell’ebreo speculatore Soros”.

Daniel Reichel