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Oltremare – Dalla finestra

Ad un certo punto di un lockdown, non mi ricordo se quello italiano o quello israeliano, che hanno coinciso ma non completamente, qualcuno ha avuto la lodevolissima idea di invitarmi in un gruppo su Facebook che da allora mi rallegra le giornate. Va detto che faccio parte di molti gruppi ma in modo quasi del tutto passivo, e anzi, di solito organizzo le impostazioni in modo che non mi compaiano i nuovi post, ché ho un feed già troppo vitale su Facebook, mi mancano solo ottocento post inutili e faticosi da scorrere ogni giorno. Ciò detto, questo gruppo in specifico ha qualcosa che quasi nessun altro ha: è tutto basato su fotografie, scatti singoli nella maggior parte, di persone di tutto il mondo che postano semplicemente una foto di quello che vedono dalla finestra, e scrivono nel post a mo’ di didascalia il luogo in cui sono. È una cosa fortemente poetica e allo stesso tempo del tutto pragmatica, iper-reale, roba da far entrare in risonanza la logica.
Ho notato che le provenienze delle foto vanno a ondate, governate da due regole principali: si espandono geograficamente attraverso le amicizie di ciascuno, ed è ovvio visto che siamo sul social, e che la maggior parte delle persone volendo fare una cosa carina per tirare su il morale a qualcun altro che è in lockdown, inviti persone che come lui o lei sono segregati in casa, e quindi facilmente vivono nella stessa zona. Ci sono cittadine e paesini di luoghi a me ignoti della Romania che compaiono nei post un numero assolutamente non proporzionale di volte, rispetto a grandi città europee, per esempio. Ma si espandono anche, e per lo stesso motivo in realtà, seguendo il propagarsi del covid-19 nel mondo. Se in Europa da metà maggio ci si può abbastanza muovere, uscire di casa per lo meno, lo stesso non vale per certi stati americani che stanno adesso vivendo il picco dei casi. Si potrebbe fare uno studio statistico sulle conseguenze psicologiche del covid solo seguendo queste fotografie, il tono dei brevi post che le accompagnano, e i commenti pieni di affetto, incoraggiamento, empatia, che perfetti sconosciuti lasciano sotto.
“Ahavat chinam”, l’amore senza condizioni, senza ricompensa: ecco che cosa mi ricorda questo gruppo. Una cosa di cui si ha bisogno sempre, ma che in questa estate israeliana di cieli semi-chiusi, tensioni politiche e sociali preoccupanti, curve di contagio che non scendono mai abbastanza a picco, è ancora più preziosa, anche se si trova nell’etere di Facebook molto meno nella vita reale.

Daniela Fubini