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Distorsioni di un feed

Come molti sanno, nonostante il web sia un terreno democratico nel quale si può leggere qualsiasi cosa, noi tutti veniamo guidati nel nostro navigare da algoritmi che – sulla base dell’analisi dei nostri interessi – ci indirizzano su siti e profili che hanno a che fare con il nostro ambiente e la nostra mentalità. Se non andiamo direttamente a cercarli, gli altri ambiti culturali non ci capiteranno sott’occhio. Capita così che un corso di Didattica della Shoah rientri nelle attività che interessano il sottoscritto o il mondo degli insegnanti, per cui il materiale informativo relativo a quel tipo di evento si diffonde a persone che potrebbero essere interessate, sanno di cosa si parla e lo accolgono con interesse più o meno relativo, ma neutro.
Tuttavia, se si decide – come recentemente è stato fatto per un master universitario – di investire qualche euro per allargare la platea del potenziale pubblico del corso, le persone che leggeranno potrebbero essere colpite dalla notizia in maniera diversa. Capita così che la cosiddetta “pancia del paese” si esprima, mettendo a nudo e dando sostanza sia a forme di solidarietà, sia a quel sentimento antisemita che a volte resta relegato nelle fredde statistiche e non si esprime apertamente. Oppure ancora delineando forme di distorsione che cominciano a farsi strada in maniera massiccia.
Molti sono i like (oltre 300), e fra i circa 70 messaggi ad oggi rilevati si legge di tutto. Da chi esprime solidarietà per quanto accaduto nella Shoah, a chi si vuole informare di più. Ma si leggono anche messaggi negativi e aggressivi. “E una didattica dei tanti “morti dimenticati”, ugualmente vittime di conquiste politico-militari, di colonizzazioni, di depredazioni, di genocidi e di altre nefandezze umane, quando la si organizza?”, chiede uno, evidentemente abituato a recarsi dal fruttivendolo chiedendogli con fare polemico: “ma com’è che non vende lampadine?”. Sulla stessa lunghezza d’onda c’è chi scrive: “Dovreste organizzare anche corsi di Didattica dei Gulag, i campi di concentramento sovietici, Didattica delle Foibe, la strage dei comunisti del maresciallo Tito, vergognosamente sottaciuta e rinnegata”. Un altro interlocutore prosegue: “Si parlerà del Lager di Gaza?”, dando libero sfogo al nesso automatico Israele=nazisti e collegando con una reazione pavloviana la parola Shoah al conflitto mediorientale. Sulla stessa linea c’è chi si lamenta così: “E un corso di didattica su milioni di bambini africani sterminati dalle guerre civili e dalla fame, quando lo proponete? Ci sono morti di serie A e di serie B?”. E poi c’è chi passa direttamente allo sbeffeggiamento pubblico, condito di negazionismo: “Ma un corso di fantascienza quando?”. Oppure: “Ma cosa sarebbe, scusate, un corso in piagnistei?”.
Si fa poi strada una dinamica del tutto nuova che desta non poche preoccupazioni. Molte persone paragonano la tragedia della Shoah (che evidentemente conoscono solo superficialmente) a quel che sta capitando oggi con il Covid, promuovendo una dinamica di distorsione che va tenuta sotto osservazione: “(…) questa volta l’olocausto lo rischiamo noi italiani [dando per scontato che gli ebrei deportati dall’Italia non fossero italiani Ndr] se non muoviamo il culo. Piano piano ci stanno togliendo i diritti, solo doveri, multe, chiusura dei negozi, bar, manca poco che ci etichettano con una cazzo di stella appiccicata al petto. E gli immigrati? Liberi di fare il cazzo che vogliono. Ragazzi la storia si ripete ma a discapito nostro”.
Questo e altro ancora capita di osservare su Facebook in questi giorni, e mi permetto di dubitare che l’annunciata guerra dichiarata dal patron Mark Zuckerberg al negazionismo della Shoah riuscirà mai a individuare espressioni come quelle che andiamo leggendo.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC