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Machshevet Israel
Shulamit, o del femminile

Nell’ultimo mese ho incrociato più volte la figura di Shulamit, la voce femminile dello Shir hashirim, il Cantico dei cantici. Nelle quattro recenti sedute di studio (limmud) in onore di Amos Luzzatto, zichronò livrakhà, due volte questa meghillà è stata oggetto di studio in prospettive diverse, da parte di Claudia Milani e di rav Alberto Moshe Somekh; sulla Rassegna mensile di Israel, la quadrimestrale rivista dell’Ucei e il più alto laboratorio intellettuale dell’ebraismo italiano, Iaia Vantaggiato ha celebrato il contributo e la memoria di Giacometta Limentani, zichronà livrakhà, nel segno della Shulamit; infine è appena uscito nelle librerie un testo della filosofa ebrea francese Catherine Chalier dedicato a Le figure del femminile in Levinas (a cura di Federica Negri, edito da Morcelliana), testo che ruota attorno alla questione del ‘femminile’ come principio di vita e di pensiero, in chiave di domanda critica: fino a che punto Emmanuel Levinas ha saputo includere nella categoria dell’alterità e nella metafora del volto altrui – da lui introdotte con successo nel dibattito filosofico europeo degli ultimi cinquant’anni – il ‘femminile’ qua talis, senza livellarne la specificità e l’unicità rispetto ad ogni altro ‘altro’?
Di Levinas Chalier è stata acuta e fedele discepola, ma già nel 1982, quando stese questo testo, non esitò a criticarlo in nome di un ‘trascendentale femminile’ che il grande maestro, a suo dire, non era riuscito a cogliere e adeguatamente elaborare a motivo della scelta di dire il messaggio etico della Torà e dei profeti nella leshon yevanit, nella ‘lingua dei greci’ ossia nei termini della filosofia occidentale imperniata sul logos. Che piaccia o no, in Occidente il logos è stato declinato quasi sempre al maschile, spesso da maschi celibi e bianchi, non di rado anche misogini. Non stupisce, dice Chalier, che il tema della donna sia il punto debole del concetto di alterità levinasiana. Con maestrìa ermeneutica la filosofa interroga il filosofo sul tema dell’asimmetria tra uomo e donna, tra maschile e femminile, facendo risuonare l’evocazione della Shulamit (in Cdc 2,7) a “non svegliare l’amore” ossia l’amato, fino a che non sia pronto: a comprendere il desiderio dell’amata, la sua febbre d’amore, la sua ossessiva ricerca di lui. Ma chi è davvero la Shulamit del Cantico? Amos Luzzatto, ha ricordato Claudia Milani, aveva avanzato l’ardita ipotesi che non un dialogo tra due innamorati la meghillà ‘registra’, quanto invece un monologo della ragazza, quasi una sua proiezione immaginativa, per comprendere la quale è più utile la psicologia che la filologia. Parimenti, forse Shulamit non va intesa come un nome proprio ma piuttosto come un aggettivo, una qualità della soggettività umana, quella qualità che Chalier sintetizza con il ‘principio femminile’. Il femminile si esprime in molte figure, anche in quelle levinasiane, ma non si esaurisce in nessuna figura, in nessuna metafora, in nessuna forma specifica (che sia la maternità o l’oblatività o la fedeltà…) perché è un trascendentale antropologico. Il fatto che nella storia questa qualità sia stata sopraffatta dalla qualità del trascendentale maschile è spiegabile ma non giustificabile, o almeno ‘non più’. Sul femminile le culture e le religioni hanno tutte ancora molto da pensare.
Maestra del pensiero ebraico, Giacometta Limentani ha commentato anche il Cantico – oralmente, come i veri maestri di Israele – e i suoi appunti (riportati da Iaia Vantaggiato, discepola e amica) attestano un approccio affettivo ed empatico, che quasi si identifica con Shulamit, un approccio che il logos razional-maschile spesso rimuove o non intercetta. “Quando a più riprese la protagonista del Cantico si rivolge alle giovani donne che le fanno da coro e lascia loro intendere che il vero, puro, disinteressato, palpitante amore può leggersi solo al femminile, io mi sento come quei giovani che la guardano correre per le strade della città santa in cerca dell’amato. E come loro ho voglia di gridarle: Shuvì, shuvì, ha-Shulamit, we-nechezè bakh: Torna, torna indietro, Shulamit, che ti vogliamo contemplare!”. Iaia Vantaggiato ha chiosato sullo stile di insegnamento di Giacometta: “Via fronzoli, balze e merletti: il pensiero ha da essere scarno, essenziale, vero, pulito ed efficace – come l’amore”. Credo che questa chiosa sia straordinaria, che faccia giusitizia di tanta volontà barocca, tutta maschile, di scolpire non solo l’amore ma anche il femminile: si pensi agli drappeggi avvolgitutto, alle estasi berniniane, alle madonne che non vedono l’ora di lasciare la terra e ascendere in mezzo a miriadi di putti che riempiono ogni spazio. Non raramente ciò si combina a teschi e ossa che giacciono inermi a memento della miseria umana. L’essere-per-la-morte di Heidegger è un residuo di cristianesimo barocco, al quale Levinas ha contrapposto l’eros/ahavà del Cantico, in particolare quel vesetto 8,6 (sulle labbra di Shulamit) che è tra i vertici della poesia universale: ki-‘azà ka-mavet ahavà, forte come morte è amore; qashà ke-sheol qin’à, dura come una tomba gelosia; reshafeah rishpè esh shalhevetjà, le sue scintille scintille di fuoco, di fiamma ardente. “Scarno, essenziale, vero, pulito ed efficace”.

Massimo Giuliani, Università di Trento