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E sceglierai la vita!

Il dibattito sull’eutanasia è recentemente ripreso in Italia a seguito della proposta di referendum presentata sul tema. David Sorani è intervenuto sollecitando una presa di posizione del Rabbinato sulla delicata questione. Lo ringrazio di questa opportuna richiesta, cui rispondo brevemente a titolo personale, lasciando all’Assemblea Rabbinica lo spazio per un parere ufficiale più circostanziato.
La Halakhah proibisce severamente qualsiasi tentativo di abbreviare la vita umana. Anche se di pochi istanti si tratta, un gesto del genere è perseguito alla stregua di un omicidio. Lo Shulchan ‘Arukh proibisce persino di rimuovere il cuscino sotto il capo del paziente morente se ciò ha per conseguenza di affrettarne la dipartita (Yoreh De’ah 339, 1). È altresì permesso allontanare un impedimento esterno (messir ha-monea’), come interrompere il rumore di un taglialegna che inibisce l’esalazione dell’ultimo respiro. Su questo aspetto tornerò. Ma un atto diretto, volto ad avvicinare l’istante della morte è in ogni caso proibito, ancorché l’ammalato sia destinato a spegnersi in breve tempo comunque.
Il problema si pone soprattutto quando la salvaguardia della vita si scontra con altre esigenze, come alleviare sofferenze talvolta molto pesanti. L’esempio biblico più rilevante è quello del re Shaul, che si gettò sulla sua propria spada pur di non cadere prigioniero dei Filistei e vittima delle loro torture (1Shem. 31, 4-6; Midrash Bereshit Rabbà a 9, 5). Il suo gesto non è stato considerato come un atto illegale di suicidio (cfr. Yoreh De’ah 345, 3). Ma i Maestri aggiungono che nel suo caso si devono prendere in esame anche altre circostanze attenuanti, come il kevod ha-malkhut, la “dignità del regno” di Israel qualora i nemici fossero entrati in possesso della sua figura.

Un altro Midrash racconta che Rabbì Yehudah ha-Nassì poté esalare l’ultimo respiro solo allorché una donna interruppe bruscamente la preghiera dei suoi discepoli che lo teneva miracolosamente in vita (Ketubbot 104a). È un testo di grande fascino. Ci insegna che è lecito pregare per la morte di un congiunto che soffre (Ran a Nedarim 40a). Ma pregare il Creatore non significa ancora sostituirsi a Lui. L’uomo è “amministratore delegato” del creato, per conto del S.B. L’uomo ha tutti i poteri sull’azienda, tranne uno: quello di scioglierla. Per questo può chiedere l’intervento del Titolare, ma non agire di persona.

In caso di dolore acuto è pure lecito praticare cure palliative che comportino un rischio per la vita del paziente. In alcuni casi si può infine ricorrere alla cosiddetta eutanasia passiva. A fronte di uno stato patologico irreversibile si può decidere di sospendere i trattamenti che consentono la sopravvivenza della persona e che, se venissero proseguiti, si configurerebbero come accanimento terapeutico nei suoi riguardi, in quanto non migliorano le sue condizioni, ma semplicemente prolungano artificialmente la sua esistenza. D’altro lato vi sono i trattamenti di sostegno vitale propriamente detti, notabilmente l’alimentazione, l’idratazione e l’ossigenazione. Dal momento che di questi ultimi neppure l’individuo sano può fare a meno per la propria sopravvivenza, non è lecito negarli neanche al malato terminale. La loro sospensione equivale di fatto ad un atto di eutanasia attiva.

La base biblica di questo principio è in un versetto di Bereshit che sancisce la condanna divina dell’omicidio. “Dalla mano dell’uomo, dalla mano di suo fratello, chiederò conto della vita umana” (9,5). L’espressione “dalla mano di suo fratello”, argomentano i commentatori, può apparire superflua. In realtà non è così. L’omicidio è in genere frutto dell’odio. Si domanda la Bibbia: può darsi il caso in cui invece un uomo levi la sua mano contro l’altro per “spirito fraterno”? È l’eutanasia. Ma un omicidio, anche quello compiuto per pietà o per riguardo del prossimo (altro paradosso), resta pur sempre un omicidio. Lo spirito fraterno al cospetto della sofferenza altrui non vale mai a giustificarlo.

La seconda Berakhah dello Shemoneh ‘Esreh elenca una serie di benefici che D. destina all’uomo: “rialza i cadenti, guarisce gli ammalati, libera i prigionieri”, per concludersi con le parole: “Benedetto Tu H. che risusciti i morti”. Perché mettere l’accento finale proprio su questo? Perché fra tutti i doni quello della vita è il solo riservato a D. La Bibbia ci vuole insegnare che da un lato l’uomo ha il dovere di vivere nel modo migliore possibile, attuando le soluzioni più efficaci alla sua portata. Purché l’uomo stesso sia in grado di dominarle, di correggersi in corso d’opera o di recedere ove necessario. Ciò vale in caso di tracollo economico, di prigionia, persino di molte malattie. Sulla morte, invece, l’uomo non ha alcun dominio: una volta tolta, la vita non può più essere richiamata. La sofferenza costituisce senz’altro un mistero insondabile, che ci lascia spesso sgomenti. Ma la morte è un mistero ancora più insondabile: in ogni caso, la vita esige tutto il nostro rispetto.

Al termine della Parashah di questa settimana leggiamo: “Vedi io pongo dinanzi a te oggi la vita e il bene, la morte e il male… e sceglierai la vita, affinché viva tu e la tua (potenziale) discendenza” (Devarim 30, 15). I commentatori si interrogano perché nella promessa Divina la vita venga anteposta al bene. Forse in alcuni casi la vita non è percepita come un bene. Ma un’altra cosa è certa: senza la vita non ci può essere bene.

Rav Alberto Moshe Somekh