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Tecniche agricole
ai tempi di Mosé

In un intervento precedente abbiamo visto che è “vietato seminare kilaim nel vigneto per evitare che il prodotto che ne deriva sia consacrato” (Deut 22:9). Approfondendo il concetto emergono però elementi di dubbio che non possono essere trascurati.
Il primo, e forse fondamentale, è la natura del “kilaim”. Cosa sono i “kilaim”? Concordemente il dizionario di Artom (pubblicato nel 1965) e quello di Alkalay (ebraico – inglese, pubblicato nel 1963) lo traducono come “mescolanza di semi, ibrido” mentre il dizionario Ebraico-Italiano della Prolog (redattore capo Achiashaf, editore Giuntina, 2001) lo traduce semplicemente come “ibrido”.
Il problema fondamentale è che “la mescolanza di semi” e l’“ibrido” non sono proprio la stessa cosa. Anzitutto il concetto di “ibrido” nella scienza e nella pratica agricola è nato con Gregor Mendel (1822-1884), quindi attribuire alla parola kilaim (scritta da Mosé) il significato di ibrido (mendeliano) appare un po’ azzardato.
Forse, per chiarire, è utile “rivisitare” Mendel il quale ha studiato la successione delle generazioni sui piselli, ma i concetti scoperti e definiti su questa pianta sono validi per tutte le specie, sia vegetali che animali.
Mendel prese due varietà di piante di pisello completamente diverse, appartenenti alle cosiddette linee pure (ovvero quelle nelle quali l’aspetto è rimasto costante dopo numerose generazioni), una con buccia liscia e una con buccia rugosa, e iniziò a incrociarle per caratteri specularmente diversi: ad esempio, una pianta a fiori rossi con una pianta a fiori bianchi. Notò che la prima generazione filiale manifestava soltanto uno dei caratteri della generazione parentale, mentre l’altro (omologo) sembrava scomparso. Mendel definì questo fenomeno “dominanza del carattere” individuato. Ma la sorpresa maggiore la incontrò quando continuando l’impollinazione tra le piante della generazione successiva, nella quale era “scomparso” il carattere, questo ricompariva inaspettatamente. Mendel definì questa ricomparsa la “segregazione degli ibridi”. Mendel comprese, dalla ricomparsa di caratteri “persi” nella prima generazione, che essi non erano realmente scomparsi, bensì erano stati “oscurati” da quello dominante. Il valore di Mendel fu quello di riuscire a stabilire matematicamente le proporzioni tra scomparsa e ricomparsa di caratteri omologhi, definendo quelle che sono passate alla storia come le “Leggi di Mendel”.
Ma questa “ricomparsa” o almeno qualche elemento di questa doveva essere in qualche modo già nota già ai tempi di Mosé e doveva avere un carattere “miracoloso”, quasi sacro: l’Uomo che “tiqdash ha-melah”( = letteralmente: santificazione del prodotto) che “crea” nel suo raccolto un prodotto “nuovo” quasi fosse Dio, rende sacro il prodotto della sua operazione (e per questo non utilizzabile per il normale consumo profano, che sarebbe stato sacrilego). Non solo, date le prescrizioni che abbiamo visto, le “linee” delle piante coltivate, nelle varie generazioni dovevano essere discretamente “pure”, cioè autofecondate per varie generazioni successive. Quando per un caso fortuito oppure, per una scelta volontaria in violazione alle prescrizioni sopra riportate, veniva effettuata una fecondazione incrociata era facile si manifestasse il fenomeno dell’eterosi, (oggi sfruttato commercialmente soprattutto nei mais “ibridi”) cioè il forte miglioramento delle caratteristiche produttive di un ibrido rispetto ai suoi genitori, (frutto di prolungata autofecondazione, fenomeno particolarmente vistoso quando gli individui parentali sono geneticamente “puri”, cioè non sono andati incontro a incroci per varie generazioni. Quindi era ovvio che il miglioramento, forte ed inaspettato avesse un carattere quasi miracoloso e conferisse sacralità alla progenie.
Evidentemente il fenomeno della produzione di fiori e soprattutto semi e granella, era fortemente atteso e desiderato, ma poco compreso: il che generava un rispetto sacrale per il mistero da cui era avvolto. Si conoscevano i risultati, si desiderava fortemente il suo successo, ma la comprensione del fenomeno era limitata. Ogni intervento nel processo di proliferazione sessuata appariva come una violazione dell’opera creativa del Signore, che doveva essere assecondata, non emulata.

Roberto Jona, agronomo