Un partigiano nei Castelli

Aggiungo alle riflessioni di Alberto Cavaglion riguardo al fatto che i nostri partigiani sarebbero “andati in montagna per conquistare la pace” alcuni passaggi del resistente ebreo, comandante nei Castelli Romani, Giuseppe Levi (poi Cavaglione, dal nome della mamma deportata). Egli è autore di una delle migliori ricostruzioni, in forma di diario quotidiano, delle vicende resistenziali sue e della sua formazione, ricca di pensieri sul senso della violenza in una guerra come quella partigiana e alla scelta obbligata, lui pacifista, di aggredire e uccidere esseri umani. Il suo tormento era aumentato dalla consapevolezza che i suoi genitori, a Genova, erano stati arrestati. Ecco alcuni passaggi del suo scritto (Guerriglia nei Castelli Romani): ”Non avevo mai sparato in vita mia contro nessun essere vivente, perché la caccia non mi piace e non immaginavo proprio che fosse così facile ammazzare un uomo”. E, ancora: “Dove saranno ora papà e mamma? Stringo i denti con furore. Non voglio morire così, devo ancora vendicarli. Quanto ho compiuto finora non ha placato il mio odio. La porta di casa si apre con fragore. Ci siamo. Sotto di me la camera si riempie di voci rauche, ‘raus’ ‘raus’, di passi appesantiti, di colpi contro le pareti e contro i mobili. Una fitta lancinante mi trapassa le tempie. Chiudo gli occhi e appoggio il viso sull’impiantito ansimando. La porta sbatte di nuovo. Ora tutto è silenzio. Mi sdraio sulla schiena. L’acciaio freddo della rivoltella mi ristora la fronte. Trascorrono ancora delle ore. Ma che importa mai? Poi una voce amica: ‘Sono andati via, Pino puoi scendere'”.
Questa era, facilmente, la situazione estrema in cui si trovarono i partigiani. La pace era una chimera neanche lontanamente pensabile.

Liliana Picciotto

(5 maggio 2022)