Una notte da Oscar

Sette nomination e nessun premio. Un risultato decisamente deludente per il film forse più personale di Steven Spielberg, “The Fabelmans”, racconto ad alto tasso di ebraismo della sua infanzia e adolescenza. Ci si può consolare con il successo di Brendan Fraser, che ha vinto l’Oscar come miglior attore per The Whale, diretto da Darren Aronofsky, e con il premio come migliore attrice non protagonista per “Everything Everywhere All at Once” a Jamie Lee Curtis, figlia di quel Tony Curtis che in realtà si chiamava Bernard Schwartz, figlio a sua volta di ebrei ungheresi.
Interessante la storia di “All Quiet on the Western Front” (Niente di nuovo sul fronte occidentale), che si è aggiudicato il premio come miglior film internazionale, miglior scenografia, fotografia e colonna sonora originale. Il produttore, Daniel Dreifuss, ha raccontato che quando ha letto la sceneggiatura non ha potuto non pensare a quei membri della sua famiglia che avevano combattuto con l’esercito tedesco: un cugino di suo nonno fu ucciso in battaglia mentre combatteva per la Germania appena due giorni prima della fine della prima guerra mondiale, nel novembre 1918. Suo nonno, anch’egli soldato tedesco, sopravvisse, per poi venire mandato in un campo di concentramento dai nazisti. “Sono il nipote di uno di quei ragazzi che si vedono nel film”, ha spiegato, ricordando anche che l’adattamento originale del romanzo del 1928, diretto dal regista ebreo Lewis Milestone, vinse l’Oscar per il miglior film nel 1930… e i nazisti arrivarono a denunciarlo come “Judenfilm” e ha aggiunto: “Adoro il fatto che il mio nome venga associato a una storia ritenuta degenerata da quel regime”. E il vincitore come migliore film di animazione, il “Pinocchio” di Guillermo Del Toro, è ambientato nell’Italia fascista, e in una scena Pinocchio prende in giro il Duce stesso, Benito Mussolini.
Una curiosità, poi, che riporta un poco di Italia in un anno molto deludente rispetto agli Oscar: la casa di produzione indipendente che ha centrato quasi tutti i premi più importanti – le sette statuette di “Everything Everywhere All at Once” e le due di “The Whale” – si chiama A24. Come l’autostrada Roma Teramo. Non è un caso: è stato durante un viaggio proprio lungo quel percorso che Daniel Katz, che insieme David Fenkel e John Hodges ha fondato quella che in soli dieci anni è diventata una vera potenza nell’industria cinematografica – ha avuto l’intuizione di chiamare così la sua nuova creatura. In America ora A24, da casa di produzione e distribuzione indipendente, è diventato sinonimo di uno lifestyle indie molto cool.

Ada Treves social @ada3ves