Antisemitismo e islamofobia, una par condicio difficile
Il recente convegno di studio sul tema “Antisemitismo e islamofobia” – svoltosi il 16 maggio presso la Camera dei Deputati, su iniziativa dell’organizzazione Hans Jonas – ha suggerito a Ugo Volli, nel Pilpul del 15 maggio, alcune considerazioni, volte essenzialmente a respingere una facile equiparazione tra i due fenomeni, che sarebbero intrinsecamente diversi quanto a radice ideologica, estrinsecazione storica, intensità di manifestazione (almeno nell’epoca attuale: a danno dei musulmani “non vi sono in Europa oggi né campi di sterminio e piani di ‘soluzioni finali’ e neppure linciaggi di massa né pogrom, né ghetti, inquisizioni, segni vestimentari di discriminazione, cerimonie di umiliazione, statuti civili differenziati per origine etnica o religione e tutto quel che ha subito il popolo ebraico”).
Ma Tobia Zevi, organizzatore del convegno, osserva il 17 maggio che contro l’Islam è certamente in atto, nel nostro Paese, una campagna di disinformazione ed emarginazione contro la quale appare doveroso pronunciarsi e schierarsi, sul piano morale e civile, essendo anche interesse comune di ebrei e musulmani, come minoranze, pronunciarsi insieme, contro ogni forma di intolleranza e prevaricazione. (“Molte questioni, a cominciare dalla politica internazionale, ci divideranno. Ma siccome è altamente auspicabile che le relazioni non si traducano in scontro, è altrettanto auspicabile che le due comunità sappiano ingerirsi reciprocamente non solo nel male ma anche nel bene”).
Il problema sollevato appare di grande importanza e delicatezza, e rinvia direttamente a una più ampia questione, etica e pratica: è giusto, utile e opportuno affrontare congiuntamente diverse forme di pregiudizio e di intolleranza, per meglio combatterle, tutte insieme (per così dire, “unendo le forze”)? O non si rischia forse, in tal modo, di creare confusione riguardo agli obiettivi da perseguire, rendendone meno chiara la natura e l’identità (col rischio, così, al contrario, di “disperdere le forze”)?
Come già abbiamo avuto modo di dire, a proposito della Giornata della Memoria (Pilpul del 26 gennaio), la scelta di affiancare la denuncia di una specifica violenza a quella di altre forme di ingiustizia e sopraffazione dipende dalla sensibilità individuale, dalle specifiche circostanze ed esigenze ideologiche e culturali, e può essere difficilmente contestata. L’impegno contro qualsiasi prevaricazione, grande o piccola che sia, non potrà mai essere considerato negativo.
E’ anche vero, però, che il paragone e l’apparentamento di diversi tipi di sopruso e ingiustizia può a volte apparire improprio e fuorviante, non tanto perché si tratti di cose diverse (la comparazione è sempre tra cose in parte differenti), quanto perché il confronto tra differenti tipi di sofferenza impone – per una forma di rispetto e considerazione umana – una sorta di “par condicio” di solidarietà: si potrà mai dire, a chi abbia patito una qualche ingiustizia, “non lamentarti troppo, perché quella che ho subito io è peggiore?”. Anche un dolore “piccolo” (o, almeno, più piccolo di altri) merita rispetto. Chi, per esempio, si lamentasse per un mal di denti, non apprezzerebbe che il suo interlocutore iniziasse a parlare di qualcuno che soffre di cancro, perché ciò avrebbe l’amaro sapore di un ridimensionamento, di una banalizzazione del suo “piccolo” (ma non perciò insignificante) dolore. E non apparirebbe certo di buon gusto invitare chi pianga un parente, scomparso per morte naturale, a considerare lo strazio, indubbiamente più crudele, di chi abbia subito l’uccisone violenta di un congiunto.
Si può, quindi, parlare insieme di antisemitismo e islamofobia, perché sono indubbiamente due cose che, entrambe, esistono, e sono entrambe da condannare e combattere. Ma, nel farlo, occorre essere avvertiti del fatto che si entra, fatalmente, sul terreno di una “par condicio” che, nel confronto tra due fenomeni molto diversi (credo, al proposito, che gli elementi di differenza siano assai maggiori di quelli di identità), può risultare di difficile attuazione, a meno di non cedere a calibrati equilibrismi o imbarazzanti forzature.
Francesco Lucrezi, storico