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DafDaf in mostra fra i grandi protagonisti Giardino: “Io, cresciuto a Kipling e Topolino”

La sua città natale rende omaggio a Vittorio Giardino, il grande disegnatore bolognese che magistralmente ha raccontato i destini e le storie dell’ebraismo europeo attraverso alcuni personaggi passati alla storia del fumetto, con un’attesissima mostra personale che si inaugura nelle prossime ore nell’ambito della prestigiosa rassegna internazionale BilBolBul. Giardino, storico amico di Daf Daf, sarà tra i protagonisti dei numerosi incontri organizzati in questi giorni dalla redazione in occasione dell’inaugurazione, questo pomeriggio al Museo ebraico di Bologna, della mostra DafDaf, l’ebraismo illustrato per piccoli e grandi lettori allestita in collaborazione con BilBolBul e Children Book Fair.

Da almeno trent’anni noto e apprezzato a livello europeo, Vittorio Giardino è oggi considerato uno dei maestri della letteratura disegnata e la complessità delle sue storie, che spesso si articolano in più volumi, è mitigata dalla limpidezza e dalla pulizia di uno stile che è impossibile non amare. Nonostante viva a Bologna da sempre e siano stati numerosissimi i riconoscimenti ottenuti a livello sia nazionale che internazionale, La quinta verità è la prima mostra che finalmente gli dedica la sua città. Organizzata da BilBolBul, il grande festival internazionale del fumetto, apre il 21 febbraio con ben 250 tavole, esposte per dare il senso del Giardino narratore e della sua capacità di tessere intrecci che sanno rendere il senso del reale, principalmente attraverso la sua produzione più drammatica, come i noir di Sam Pezzo, o quelle legate alla grande storia, il nazismo, lo stalinismo o la guerra civile spagnola. Disegna sempre con pennino, china e acquerello. Niente computer. E nel suo studio la presenza più forte, assolutamente prevalente, è quella dei libri, che coprono le pareti ma anche la sua grande scrivania. Si salva solo il cavalletto, da cui Max Fridman osserva la scena. E cercando di capire cosa ha influenzato il suo lavoro, partendo dalle prime letture, arriva la prima sorpresa: “Per ragioni in gran parte indipendenti dalla mia volontà mi mancano alcuni miti della letteratura. Mi manca Pinocchio, per esempio: l’ho letto, certo, ma non mi ha colpito né segnato. In effetti quasi tutti i libri che ricordo non sono italiani”. Qualche istante di silenzio quasi a raccogliere le idee, per poi riprendere le fila del discorso, con la citazione dei libri di Laura Orvieto perché “i suoi libri sono stati importanti: la storia raccontata dalla Orvieto ancora me la ricordo. Ma un libro davvero centrale è stato L’isola del tesoro, di Stevenson, quello è un fondamento.” Non ci sono edizioni particolari nella sua memoria, né una iconografia specifica, una immagine dell’isola a cui cercare di collegare il suo stile. Anche perché le immagini che lo hanno colpito, di cui tornerà a parlare più volte nel corso del pomeriggio sono quelle di un altro libro non italiano, le Storie proprio così di Rudyard Kipling, queste sì, in una specifica edizione, ossia l’originale del 1902, illustrate dall’autore stesso. Kipling, erroneamente catalogato come narratore dell’imperialismo inglese, nelle Just So Stories for Little Children racconta fantasiosi miti delle origini, che spiegano il perché di vari strani fenomeni e hanno come tema tipico un animale modificato rispetto alla sua forma originale per intervento umano, o magico. Due illustrazioni in particolare sono scolpite in tutti i loro dettagli nella memoria di Giardino, che le descrive con vivida accuratezza, sottolineando come Kipling avrebbe potuto avere una grande carriera come illustratore: Il granchio che giocava col mare e La pelle del rinoceronte (la storia in realtà si intitola Come il rinoceronte ebbe la sua pelle). Un libro molto amato, che è stato però anche causa di una piccola delusione, un po’ perché le edizioni attuali non riportano le bellissime illustrazioni dell’originale, un po’ perché storie e illustrazioni non hanno avuto alcun successo con suo nipote, che non ha per nulla apprezzato la proposta. E la prevalenza di autori non italiani continua anche con il nome che va ad aggiungersi a Stevenson e Kipling: si tratta di Verne, che nelle sue edizioni era sempre italianizzato come Giulio Verne, e che nei viaggi fantastici ha un mondo iconografico forte. E poi ancora: Fenimore Cooper e i suoi Mohicani. “Ma la realtà è che sono stato nutrito a Topolino. I Topolino sono stati per me davvero molto importanti”. Si parla dei Topolino dei primi anni ‘50, e non di tutti, ma di quelli disegnati da Carl Barks che sono anche i protagonisti di un aneddoto che Giardino racconta sfiorando dei volumi rilegati: “A un certo punto ho scelto le storie che mi piacevano di più, a cui ero più affezionato, smontando senza alcuna pietà gli albi originali, che si stavano distruggendo. È stato solo dopo aver ritirato i volumi che mi ero fatto rilegare che ho realizzato che erano tutte storie di Carl Barks”. Ma la storia del rapporto di Vittorio Giardino con i fumetti non finisce qui: “Ero a casa di Francesco Guccini, a Pavana, ed ho visto una quantità di Topolino. Lui è un appassionato vero, un cultore, si potrebbe dire un esegeta. Conosce le storie fin nei dettagli più sottili, compresi gli errori di traduzione, per esempio quella Square dance diventata erroneamente un Calipso che per anni mi ha incuriosito come cosa del tutto incongrua in una delle mie storie preferite, Il mistero degli Incas, nota come Il mistero delle uova quadre”. “Barks è quello che è riuscito a rendere credibile un personaggio nonostante fosse un papero, gli altri dopo di lui hanno disegnato un papero che scimmiottava un umano, il papero di Barks era la rappresentazione di un carattere, non la caricatura di un’anatra”, così Enea Riboldi ha spiegato qualche giorno dopo il motivo di una passione del tutto giustificata. Vittorio Giardino non era invece un lettore del Corriere dei piccoli, che avversava per motivi poi razionalizzati in età adulta: “Topolino e Corriere dei piccoli erano davvero due partiti e il secondo ha avuto una grandissima colpa, forse è stato una delle cause della partenza così faticosa del fumetto in Italia. Non ha mai davvero pubblicato dei fumetti, li romanzava, non ha mai voluto assumere quel linguaggio, così innovativo, che arrivava dagli Stati Uniti, per scegliere invece di utilizzare una sintassi da libro illustrato. Ha avuto un effetto repressivo.” A questo punto la tentazione è troppo forte e Giardino si dirige verso lo scaffale – saccheggiato per la verità da figlie e nipoti – in cui stanno ordinatamente in attesa i suoi libri da ragazzo, ed estraendo uno dopo l’altro i volumi di cui ha parlato continua: “Nella letteratura italiana mancava completamente la dimensione avventurosa. Anche nelle illustrazioni. E sono le illustrazioni quelle che ti restano, io di molti libri non ricordo le storie, ma le illustrazioni sì, perfettamente. E sono loro che riportano alla memoria la trama del racconto”. Dallo scaffale escono poi altri due libri evidentemente molto sfogliati, molto amati. Sono le favole di Esopo, in una edizione dell’inizio degli anni ‘50 che compie la scelta un po’ anomala di raccogliere le fiabe per animale protagonista. Così Vittorio Giardino si sofferma sulle pagine di Favole del Leone e Favole dell’Asino, illustrate nel 1952 da Pirro Cuniberti, artista bolognese allievo di Giorgio Morandi, i cui animali vivono in un universo di colori squillanti che irrompono fra i tanti volumi rimasti aperti sul tavolo, che curiosamente hanno tutti illustrazioni in bianco e nero. Come il disegno per DafDaf che Vittorio Giardino ha voluto regalarci.

Ada Treves, Pagine Ebraiche, marzo 2013

(19 febbraio 2013)