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Memoriale – L’impegno con i giovani

memoriale thumbSono tanti i cittadini che hanno scelto di ricordare il Giorno della Memoria visitando il Memoriale della Shoah nei sotterranei a lungo dimenticati della Stazione centrale di Milano. Un luogo in cui il paese può riappropriarsi della propria storia e riflettere, soprattutto su quell’indifferenza con cui settant’anni fa reagì di fronte alla persecuzione e alla deportazione dei suoi cittadini. Ed è la parola indifferenza, incisa a caratteri cubitali e freddi sul muro d’ingresso, ad accogliere i visitatori, quelli che hanno la possibilità di recarvisi di persona (prenotazioni su www.ticketone.it) e chi invece si limita a farlo in maniera virtuale: a seguire la prima apertura del Memoriale al grande pubblico è infatti pure il sito del Corriere della Sera in diretta tv, con una spiegazione sulla struttura e sul suo significato fornita dal vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Fondazione Memoriale Roberto Jarach. E sono tanti gli esponenti di spicco della cultura milanese che tra oggi e domani accompagnano le visite, per condividere il proprio punto di vista, le proprie emozioni, dal direttore del Corriere della Sera e presidente della Fondazione Memoriale della Shoah Ferruccio De Bortoli, ai giornalisti Gad Lerner, Natalia Aspesi e Stefano Jesurum, e ancora gli attori Gioele Dix e Lella Costa, la direttrice del Teatro Parenti Andreé Ruth Shammah, lo psicoterapeuta Raffaele Morelli.
L’apertura del Memoriale alla cittadinanza (che verrà mantenuta anche ogni primo e terzo giovedì e l’ultima domenica del mese, su prenotazione) rappresenta un traguardo essenziale, dopo quello della messa a punto del coordinamento con il mondo scolastico, che rappresenta il primo obiettivo della struttura. “Fin dal primo momento abbiamo ritenuto che lo scopo fondamentale di questo progetto fosse rivolgersi non agli studiosi, ma alle scuole e alla formazione” ha ricordato Jarach nell’approfondimento sul numero di Pagine Ebraiche di febbraio attualmente in distribuzione.

“Guardi prof, c’è il nome di Dora Finzi. Ne abbiamo parlato insieme in classe”. Hanno giacche colorate, jeans e anfibi e il contrasto con i grigi, i neri, il generale senso di buio del luogo non potrebbe essere più marcato. Eppure, guardando le espressioni nei volti, l’intensità degli sguardi, è evidente che i loro pensieri sono lì al cento per cento. Durante la visita al Memoriale della Shoah di Milano, le quarte a indirizzo design e coreutico del Liceo Statale Paolo Candiani di Busto Arsizio sostano davanti al Muro dei Nomi particolarmente a lungo. Sul pannello multimediale trovano posto tutti coloro che furono deportati dai sotterranei della stazione direttamente ai campi di sterminio. “Ricordatevi, solo quelli riportati in colore diverso riuscirono a sopravvivere”, sottolinea Anna Longo, uno dei docenti che li accompagna. Pochi, pochissimi tra i fitti nomi in bianco su fondo nero. I ragazzi ammutoliscono. Luca e Gaia spiegheranno al termine della visita, dando voce al pensiero di tanti: “Ho provato a immedesimarmi con quelle persone, a pensare al fatto che loro non avevano nulla e noi oggi abbiamo tutto. Siamo davvero fortunati”. Quella di trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza di ciò che accadde durante la Shoah, di far loro sviluppare il senso di cosa può succedere quando si volta le spalle a valori come la tolleranza, il rispetto del diverso, la democrazia, è da sempre una delle sfide più complesse intorno al tema della Memoria. E una delle ragioni della stessa esistenza del Memoriale. “Fin dal primo momento abbiamo ritenuto che lo scopo fondamentale di questo progetto fosse rivolgersi non agli studiosi, ma alle scuole e alla formazione. Voglio ricordare come ben prima che si pensasse di creare qualcosa in questo specifico luogo, coltivavamo l’idea di creare un centro di dibattito e approfondimento sui temi del razzismo e della discriminazione dedicato ai giovani – spiega il vicepresidente della Fondazione Memoriale e dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach – Il mio auspicio è che dopo la messa a regime dell’interazione con il mondo scolastico, potremo lavorare sul coinvolgimento di movimenti e gruppi giovanili. Realtà che sono impegnate nel favorire la formazione delle coscienze, dell’etica e soprattutto della capacità di rapportarsi con gli altri. Il Memoriale può diventare un contenitore per questo tipo di progetti”. La recente apertura alle scuole dunque rappresenta un grande traguardo. Già diverse centinaia i ragazzi che in poche settimane hanno visitato la struttura. Due le giornate dedicate agli studenti ogni settimana, con la collaborazione dell’Associazione Figli della Shoah, che da 15 anni lavora sul fronte della didattica di ciò che avvenne negli più bui del Novecento. Il Candiani è tra gli istituti più attivi in questa prospettiva, con l’educazione alla Shoah che rientra nel Piano di Offerta formativa insieme a iniziative come spettacoli, interazione con il mondo del lavoro, approfondimento della lingua inglese, volontariato, lettura dei quotidiani in classe, educazione alla legalità. “È da prima del 2000 che ci occupiamo di Memoria – spiega la professoressa Longo, che insegna Lettere e Storia e durante la visita non smette di stimolare i suoi allievi con domande e riflessioni – Programmiamo attività come l’incontro con Testimoni, l’organizzazione di seminari rivolti tanto a studenti quanto a colleghi, ma anche altri progetti specifici per i ragazzi, specificamente costruiti per le diverse fasce d’età. Ad esempio quest’anno insieme ai più grandi, in occasione del Giorno della Memoria, abbiamo lavorato sul tema della Resistenza alla Shoah attraverso l’arte, mentre con i ragazzi del biennio abbiamo organizzato uno spettacolo teatrale. Il nostro principio fondamentale è che la Memoria rappresenta un dovere morale essenziale, perché la Shoah cambiò la concezione etica dell’uomo”. La visita degli studenti prosegue. Hanno già attraversato i carri merci, originali dell’epoca, in cui i deportati venivano stipati a decine e ascoltato la guida spiegare il meccanismo per cui i vagoni, una volta caricati in quei sotterranei, venivano issati con moderna tecnologia al piano superiore dove sembravano normali treni. Hanno visto le targhe che segnano i convogli partiti da quel luogo, diretti verso i campi di smistamento, di lavoro, di sterminio. Soprattutto sono passati davanti alle lettere che all’ingresso della struttura compongono a caratteri cubitali la parola “indifferenza”, secondo un suggerimento di Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a 13 anni il 30 gennaio 1944, che nel suo forte impegno di Testimone non smette di ricordare la responsabilità di tutti coloro che voltarono la testa dall’altra parte. Una sosta importante è quella nel Luogo di Riflessione, un allestimento a forma conica isolato dal resto del percorso, in cui i ragazzi entrano e si soffermano senza la guida o gli insegnanti. Prima di lasciare il Memoriale ancora un filmato che raccoglie le testimonianze di diversi sopravvissuti, proiettato su una delle pareti. Alla fine gli studenti non hanno dubbi. “Venire qui è molto diverso rispetto al leggere le cose sui libri – sottolineano Claudia e Giorgia – Sui libri appare tutto più distaccato”. “Visitare i luoghi ha un impatto incredibile” conferma la professoressa Longo, che in base alla lunga esperienza maturata nella didattica della Shoah mette in guardia contro i rischi di fare Memoria in maniera superficiale. “Purtroppo, nonostante l’incremento delle iniziative sul tema, anche correlate alla giornata dedicata del 27 gennaio, a mio avviso l’ignoranza sta aumentando, e se non si interviene come educatori, la maggiore attenzione mediatica produce effetti opposti. I ragazzi non capiscono se non sanno e privi di una guida adeguata, rischiano di assumere un atteggiamento di rifiuto. Rincorrere la ricorrenza non basta”. Proprio per dare un contributo a una Memoria consapevole, le strutture sorte presso il vecchio Binario 21 comprendono anche l’Auditorium Joseph e Jeanne Nissim da poco inaugurato, dedicato a momenti di approfondimento e confronto, e una biblioteca da 45mila volumi, ancora da realizzare. E in queste prime settimane del 2014 il Memoriale apre ai cittadini, con tre giorni al mese in cui sarà visitabile su prenotazione. “Per tanti anni questo è stato un luogo dimenticato. Un teatro della tragedia del Novecento che, dopo aver assistito agli orrori, è tornato semplicemente a fungere da deposito per le ferrovie – ricordava il presidente della Fondazione Memoriale e direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli in un’intervista a Pagine Ebraiche in occasione dell’inaugurazione nel 2013 – Oggi questo posto torna a essere ciò che sarebbe dovuto sempre essere stato. Un luogo di Memoria. Che non ricorda soltanto il dramma del popolo ebraico, ma aiuta tutti i milanesi a riconciliarsi con il proprio passato”.

Rossella Tercatin, Pagine Ebraiche, febbraio 2014

(26 gennaio 2014)