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Ticketless – Canzoni tristi

cavaglionSe, come è stato scritto, per il testimone “la vendetta è il racconto”, nel caso di Frida Misul (1919-1992), l’occasione di riscatto è data dalla musica. Di “rivalsa” non per caso parla Fabrizio Franceschini, curatore di una memorabile edizione degli scritti di questa singolare figura di donna, sopravvissuta al Lager. Livornese, appassionata di canto fin dalla prima giovinezza, Frida ha fatto della musica il suo strumento di difesa e di ribellione. Un aspetto, nella storia della memorialistica concentrazionaria, poco conosciuto. L’interessante volume pubblicato da Belforte nella sua Collana di Studi Ebraici (Canzoni tristi. Il diario inedito del Lager 3 aprile 1944-24 luglio 1945) offre diversi materiali inediti: sedici canzoni riscritte da Frida, fra cui una Hatikvà e alcune fra le più note canzoni popolari italiane dei primi anni Trenta; un inedito taccuino steso da Frida subito dopo la liberazione da Theresienstadt, dove si racconta fra le altre cose il doloroso ritorno alla libertà.
Le pagine qui raccolte rafforzano un’idea che meriterebbe di essere studiata più a fondo: fra 1945 e 1947 la flebile voce del superstite, in forme di scrittura molto diverse, ha dato il meglio di sé. Una voce rauca, volutamente fioca, in parte inudibile. Un timbro vocale che ritroviamo in tutti i taccuini della prima ora, nelle prime edizioni di libri poi destinati a grande fortuna, nelle prime lettere che gli ex deportati si scambiano fra loro al momento del rientro a casa, nelle prime stesure dei diari. Un timbro inconfondibile rende simili queste voci, queste parole sommesse. Non una distinzione di genere, ma una comunanza vocale, un coro verrebbe la tentazione di dire a bocca chiusa. Sarà perché quella voce flebile risuonava in un contesto poco disposto all’ascolto, sarà perché – volendo rimanere sempre dentro il lessico musicale caro a Misul – in quelle prime note l’eco della tragedia appena consumata è ancora prossima a chi scrive, sarà per il sommarsi delle più diverse ragioni, ma rimane il fatto che in quegli anni l’armonia di quelle voci ha toccato livelli di elevatezza poi non più raggiunti.
 
Alberto Cavaglion