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Il mondo cattolico raccoglie l’invito
“Maraini sbaglia, nell’Antico Testamento
parole di amore, misericordia e perdono”

Anche il mondo cattolico, raccogliendo l’invito fatto dalla Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni sul Corriere della sera venerdì scorso, reagisce alle insinuazioni cariche di pregiudizio della scrittrice Dacia Maraini che, in un editoriale pubblicato alla vigilia del Natale, aveva parlato di ebraismo come di religione “severa e vendicativa”, contrapposta al Cristianesimo che per la prima volta nell’alveo del monoteismo avrebbe introdotto “il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra”. Per la nota scrittrice, poi intervenuta con una precisazione ritenuta non pertinente dalla Presidente UCEI, il Vecchio Testamento sarebbe caratterizzato da “giustizia come vendetta, profonda misoginia, intolleranza e passione per la guerra”. 
“Peccato – scriveva Di Segni sul Corriere – che una persona come Dacia Maraini non tenga conto che proprio la cultura della Bibbia ebraica millenaria sia alla base della nostra stessa nostra cultura contemporanea di diritti sociali, sindacali, attenzione all’ecologia e di ogni conquista di libertà democratica. Peccato che non tenga conto che il mondo ebraico è stato moto di coscienza civile e protagonista nella costruzione delle stesse democrazie evocate da molti ma vissute con coerenza da pochi. Peccato che concetti così faticosi come violenza, schiavitù, vendetta e rispetto delle donne siano appiattiti come sardine in una scatola chiusa consumata all’occorrenza da cui risorge il malanno antico ben conservato dell’antisemitismo che avvelena le nostre esistenze”. L’intervento della Presidente dell’Unione si concludeva con un auspicio: “Attendo fiduciosa repliche degli esponenti della Chiesa”. 
Ad intervenire è oggi Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e già presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, che sul Corriere scrive: “Nella convinzione che sia doveroso riconoscere le giuste intenzioni della coraggiosa scrittrice, mi sembra però opportuno inserire nel dibattito una riflessione da parte cattolica per chiarire, ove fossero restati dubbi, quei principi che dal Concilio Vaticano II e dalla costituzione della Commissione Mista fra la Chiesa Cattolica e il Gran Rabbinato d’Israele (di cui faccio parte) sono a fondamento delle relazioni ebraico-cristiane, al servizio del dialogo e della pace per l’intera famiglia umana”. 
“Riguardo al riferimento alla ‘severa e vendicativa religione dei padri’ – sottolinea Forte – va detto che nell’Antico Testamento possono certo trovarsi espressioni di rigore e di vendetta, che tuttavia sono piuttosto il riflesso della condizione umana, purtroppo spesso segnata da tali atteggiamenti, che non una costante della religione biblica: questa è anzi ricchissima di riferimenti al primato dell’amore e alla forza sanante della misericordia e del perdono”. 
“Circa poi l’accusa di misoginia – prosegue l’arcivescovo – è doveroso ricordare che alcune delle grandi figure protagoniste della storia del popolo ebraico narrata nella Bibbia sono donne (da Sara, moglie di Abramo, a Lia, moglie di Giacobbe, con Rachele fondatrice della casa d’Israele, ad Anna, profetessa e madre di Samuele, a Debora, giudice in Israele, a Ester, regina e salvatrice del suo popolo, a Noemi, a Rut, ecc.), e che dunque molti dei motivi per affermare la dignità e il protagonismo femminile nella storia si trovano proprio nella testimonianza della fede ebraica”. 
Anche altre voci si stanno levando nel mondo cattolico, ad arricchire di significato l’appuntamento con la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei in programma il prossimo 17 gennaio che proprio a questi temi sarà dedicata. Come quella di don Matteo Ferrari, direttore dei Colloqui Ebraico-Cristiani di Camaldoli, che firma una comune riflessione con Marco Cassuto Morselli, presidente della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane in Italia. L’editoriale della Maraini è valutato in questi termini: “A leggere simili cose si è colti dallo sconforto, ma speriamo che le donne e gli uomini, ebrei e cristiani, che partecipano da anni agli incontri delle Amicizie Ebraico-Cristiane, del Segretariato Attività Ecumeniche e dei Colloqui di Camaldoli sapranno, passati questi giorni di festa, trovare la forza di testimoniare quanto profondamente false e ingiuste siano affermazioni di tale tenore”. Si aggiunge poi nel testo congiunto: “In un momento come questo, in cui segni di antigiudaismo e di antisemitismo si fanno sempre più preoccupanti, non è più tollerabile leggere banalità di tal genere, non è più possibile raffigurare in tal modo il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Da oltre cinquant’anni la Chiesa cattolica ha affermato l’unità dei due Testamenti e l’irrinunciabile rapporto con il popolo d’Israele. E devono essere ora proprio i laici a diffondere insegnamenti ormai superati, che tanto danno hanno fatto nei secoli a ebrei e cristiani?”. 
Numerosi gli interventi di esponenti del mondo ebraico e di nostri collaboratori, che su queste pagine hanno offerto più di uno spunto di riflessione.
Scrive oggi Claudio Vercelli: “C’è di che riflettere su alcune cose. La prima di esse è che quel breve, incongruo ed infelice testo sia comparso su uno dei maggiori quotidiani nazionali. Proprio perché tutte le testate d’informazione cartacea sono in crisi, e da tempo, una maggiore cura su quanto viene veicolato e pubblicato sarebbe a dire poco auspicabile. Alziamo da subito le mani e chiariamo che non si sta chiedendo nessuna censura: si tratta semmai di filtrare ciò che, spesso ad una lettura anche solo veloce, risulta inopportuno se non offensivo (se poi, invece, la singola testata si riconosce in esso, allora altro è il discorso: ognuno si assuma le sue responsabilità, punto e a capo)”. Prosegue poi: “Uno degli elementi della decadenza pubblicistica è, tra gli altri, proprio il fatto che nella grande quantità di parole che vengono quotidianamente riversate su un pubblico sempre più distratto, poiché assediato da comunicazioni di ogni tipo, la verifica sulla qualità della scrittura – ed anche sulla sua pertinenza rispetto ad una coerenza editoriale – tende ad allentarsi se non a deflettere”.
Ha tra gli altri scritto Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Cdec: “Le questioni aperte dalla polemica sull’improvvido articolo di Dacia Maraini non sono riducibili alla più o meno velata accusa di antisemitismo. Non mi sembra questo il tema principale. Certo è inaccettabile quel che ha scritto Maraini, ma è altrettanto grave che il Corriere l’abbia pubblicata. Il problema è, a mio parere, la valutazione di quanta e quanto profonda sia nella società italiana la non conoscenza dei fondamentali della cultura religiosa, considerata ad ampio spettro”. I programmi scolastici, ricorda Luzzatto Voghera, delegano alla Chiesa cattolica l’insegnamento religioso nelle scuole dell’obbligo. Con conseguenze inevitabili: “Ne derivano troppo spesso corsi confessionali che non fanno in alcun modo riferimento ai testi (la Bibbia, i Vangeli) in maniera sistematica mentre prediligono lezioni catechistiche e improvvisate incursioni nella sociologia”. 
Sottolineava invece Dario Calimani: “Dacia Maraini è una riconosciuta Maîtresse à penser, quindi sorprende molto che si stia anche lei adeguando allo spirito della superficialità che caratterizza disastrosamente, e colpevolmente, il nostro tempo. Ai Maestri del pensiero è lecito chiedere che scrivano dopo aver studiato e approfondito i loro argomenti. Altrimenti rischiano di aggiungersi allo stuolo di scrittori improvvisati che sui social, con verità improvvisate, amareggiano le nostre giornate e contaminano i nostri pensieri”.
Così Stefano Jesurum: “Il 24 mattina leggo sul Corriere della Sera ‘La nuova voglia di idealismo’ di Dacia Maraini. Basito, lo ripasso con più attenzione, e mi chiedo come una nota intellettuale, una scrittrice di fama, a me non è mai piaciuta particolarmente, ma è un optional insignificante, possa riversare in poche righe tanta ignoranza e riproporre, più o meno consciamente, i pilastri-base del pregiudizio antigiudaico che fu ed è terra fertile per l’antisemitismo. Indignato, rabbioso, deluso dal ‘mio’ giornale che quel pezzo ha pubblicato senza aprir bocca, posto sulla mia pagina Facebook il trafiletto medesimo ed esprimo con forza la mia disapprovazione. È una vergogna, dico. Poi trascorro praticamente l’intera giornata a rispondere, spiegare, confrontarmi”. Prosegue Jesurum: “C’è chi mi dà ragione e mi supporta con dotti approfondimenti, e ci sono molte donne e molti uomini che reputano le critiche esagerazioni, che più o meno velatamente sostengono l’eccessiva ‘sensibilità’ di noi ebrei, che sparano sesquipedali idiozie di carattere sia teologico che storico”. 
Tra i primi ad intervenire rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, che sul proprio profilo Facebook ha scritto: “Da una parte il vecchio testamento violento e misogino, dall’altra la rivoluzione cristiana pacifica e le sardine. Perché se è innegabile la presenza di violenza e di un atteggiamento maschilista nelle antiche pagine della Bibbia, è anche vero che le stesse pagine parlano di pace, perdono e amore, esaltando ruoli femminili. E che tutto questo si trascina e cresce nella tradizione successiva. E che la rivoluzione cristiana è tutt’altra cosa. Oggi un cristiano informato sa evitare le banalità e le menzogne di questa antica opposizione (che ha un nome preciso: marcionismo), che è rimasta però in mente e in bocca ai laici più o meno credenti ma quasi sempre ignoranti”. Sui social anche la reazione della presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, che aveva commentato: “Ecco come si alimenta il pregiudizio antiebraico. Se questa è la strada qualcuno arriverà a parlare anche di rinchiudere di nuovo gli ebrei nei Ghetti”.
Sui nostri notiziari Jonatan Della Rocca ha avanzato una proposta: “L’articolo becero e antisemita di Dacia Maraini ci pone degli interrogativi sempre attuali. Ci indigniamo quando i tifosi negli stadi inneggiano a slogan antisemiti e razzisti per i quali invochiamo e alcune volte otteniamo il daspo, l’allontanamento dagli stadi. Ma per questa sorte di intellettuali nostrani che scrivono strafalcioni zeppi di ignoranza, che vengono letti da centinaia di migliaia di lettori, causando una disinformazione a dismisura, che cosa dovremmo chiedere: un daspo giornalistico? E per le testate che li ospitano? O chi è alfabetizzato è immune da tali pene?”.
Così invece Davide Assael: “Quando si dice di lasciar spazio ai giovani non è per un giovanilismo montante, ma perché col passare delle generazioni si sradicano anche pregiudizi fossilizzati nella mente di tutte e tutti noi, anche di un’importante intellettuale come Maraini, che è, sicuramente in modo inconsapevole, erede di categorie culturali che hanno portato morte e distruzione nella storia europea”.
Perplessità sulle successive precisazioni della Maraini è espressa anche dal rabbino capo di Padova, rav Adolfo Locci: “Se c’è una che si deve sentire offesa dalle vostre reazioni, quella sono io. La si è tacciata di antisemitismo quando anche lei, ha subito ‘due anni di campo concentramento, in Giappone, per antifascismo e antirazzismo’. Siamo degli ingrati che non abbiamo compreso chi ‘ci ha sempre difeso’ e sente ‘da sempre il dolore per le incommensurabili sofferenze del popolo ebraico’. Mah…”.
Ad intervenire anche la presidente Adei Wizo Susanna Sciaky: “Articoli come quello pubblicato dal Corriere alla vigilia di Natale – afferma – rimandano a posizioni antigiudaiche che dovrebbero essere superate da tempo”.
La presidente Adei legge comunque “con favore” la precisazione della Maraini, definita “donna di cultura, di letteratura e di teatro la cui vita ha incontrato prove durissime quali la prigionia per due anni in un campo di concentramento in Giappone”.

(29 dicembre 2019)