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Periscopio
Dante e il mosaico di Otranto

Nei miei ultimi tre interventi, del 2, 9 e 16 giugno, ho avuto modo di trattare il complesso ed enigmatico problema dei possibili nessi di derivazione tra la Commedia di Dante e il poema l’Inferno e il Paradiso, di Immanuel Romano (contemporaneo del fiorentino), nonché il mosaico pavimentale del duomo di Otranto, realizzato dal monaco Pantaelone (circa centotrenta o centoquarant’anni prima). Come ho già detto, non c’è alcuna prova che Dante abbia letto l’opera di Immanuel, né che lo abbia personalmente conosciuto, così come non c’è prova che sia mai stato in Puglia, e che abbia potuto vedere il mosaico, ma che questa influenza ci sia stata è stato argomentato, con solide argomentazioni, da studiosi quali Giorgio Battistoni (per Immanuel) e Bruno Lucrezi e Grazio Gianfreda (per Pantaleone).
La mia opinione, per quel poco che vale, è la seguente.
Non credo che Dante abbia mai letto il poema di Immanuel, né che abbia mai personalmente visto il mosaico, e ciò soprattutto per un motivo.
Il fiorentino – che pure, com’è noto, non aveva un carattere particolarmente dolce – è sempre stato uomo di grande onestà intellettuale, e ha sempre dichiarato i suoi debiti artistici, culturali, poetici e teologi. L’intera Commedia ne è la prova, basta pensare al suo rapporto di devozione filiale verso Virgilio, al dialogo con Brunetto Latini, ai versi dedicati a Tommaso d’Aquino, alla descrizione del giardino degli spiriti magni e a tante altre cose. E ciò non lo fa solo per una questione di correttezza, ma anche in ossequio alla sua concezione dell’umanità come una grande catena, nella quale ogni singolo uomo è chiamato a costruire il futuro sulla base di una eredità raccolta dal passato, che va attentamente valutata, elaborata e – dopo un opportuno filtro morale – trasmessa alle generazioni future. Questo meccanismo non ammette trucchi, non consente che le idee altrui siano ‘rubate’ di nascosto. Tutte le volte – numerosissime – in cui Dante prende in prestito e riadatta espressioni di altri (“mio figlio ov’è?” [Inf. X. 60] -“Hector ubi est?” [Aen. III. 312], “conosco i segni dell’antica fiamma” [Purg. XXX. 48] – “agnosco veteris vestigia flammae” [Aen. IV.23]) lo fa sempre nell’assoluta certezza che la citazione sia immediatamente riconoscibile, altrimenti non lo avrebbe fatto.
Ebbene, se Dante avesse letto L’inferno e il Paradiso (e, tanto più, se avesse saputo che Immanuel gli aveva fatto l’onore di eleggerlo a protagonista del viaggio ultraterreno), certamente avrebbe fatto a ciò qualche riferimento nel poema. Tanto più che, nel secondo Canto, nell’esprimere a Virgilio il timore di essere inadeguato a tanta impresa, afferma esplicitamente che, prima di lui, solo due altre persone avevano avuto il privilegio di visitare, da viventi, il regno dei morti: “di Silvio il parente” (Inf. II.12) e “il Vas di elezione” (Inf. II. 28): “io non Enea, io non Paulo sono” (Inf. II. 32). Non avrebbe scritto queste parole se avesse saputo che qualcun altro stava immaginando uno stesso percorso, e nei suoi stessi anni.
Per quanto riguarda Pantaleone, è assolutamente vero che la straordinaria fantasia visionaria del suo mosaico offre molte suggestioni di analogie con la Commedia: entrambe le opere rappresentano una prodigiosa sintesi della storia dell’umanità (ma, nel mosaico, come abbiamo detto, con la sorprendente assenza del Nuovo Testamento), e sono piene di mostruose creature teriomorfe, o di animali umanizzati (di particolare interesse, tra gli altri, la raffigurazione, proprio alla base dell’albero della vita, del famoso gatto con gli stivali, protagonista della celebre fiaba popolare, scritta da Francesco Straparola, e poi ripresa da diversi altri autori, tra cui Gianbattista Basile, Charles Perrault e i fratelli Grimm, ma, come si vede, risalente a un’antica saga medievale). Ma è anche vero che le raffigurazioni di Dante (Cerbero, Minosse, Satana ecc.), al di là di qualche possibile affinità, sono sostanzialmente diverse da quelle di Pantaelone. Se il poeta avesse visionato il mosaico, non c’è ombra di dubbio che ne sarebbe rimasto folgorato: ritengo pressoché certo che avrebbe tratto spunto da alcune delle immagini idruntine per tratteggiare le sue creature fantastiche (come avrebbe potuto resistere, in particolare, alla malia del gatto con gli stivali, indossati in quello strambo modo asimmetrico [sono calzate solo una zampa anteriore e una posteriore, una di sinistra e una di destra]?). Ma, soprattutto, non avrebbe potuto non menzionare il monaco-artista autore di quell’incredibile capolavoro. Lo avrebbe sicuramente collocato in qualcuno dei suoi Canti, e, probabilmente, non si sarebbe privato del piacere di intrecciare con lui un dialogo. Dove lo avrebbe messo? Inferno, Purgatorio, Paradiso? Impossibile (e anche inutile) immaginare una risposta, ma nessuna ipotesi è esclusa.
Avevo annunciato, la volta scorsa, che nell’intervento odierno avrei terminato la parte di questi miei appunti giudaico-danteschi dedicati a Immanuel Romano e Pantaleone. Ma devo scusarmi con i lettori, perché mi occorre, invece, un’ultima puntata. Per farmi perdonare, racconto una mia fantasiosa spiegazione riguardo alla funzione del gatto con gli stivali nel mosaico. Anzi, non è mia, ma di una scolaresca di bravissimi studenti di una scuola media di Aversa, ai quali fui chiamato, anni fa, a svolgere una conferenza sul mosaico di Otranto. Il gatto, ricordai loro, sta acquattato alla base dell’albero della vita, che poggia sulla groppa di due elefanti. Se gli elefanti scappano, crolla tutto. Qual è l’unico animale, chiesi loro, in grado di spaventare gli elefanti? Il topo, risposero loro. E qual è l’animale che dà la caccia ai topi? Il gatto, risposero di nuovo, ridendo, gli studenti.
Era uno scherzo, certo, suggeritomi dalla famosa filastrocca di Pesach: “e venne il gatto, che mangiò il topo, che per due soldi mio padre comprò”. Ma di spiegazioni ‘serie’, finora, non ne ho trovate, quindi, a tutt’oggi, mi tengo questa.

Francesco Lucrezi, storico